L’intelligenza artificiale è ormai un alleato prezioso per professionisti e piccole imprese, ma porta con sé un nodo critico: la sicurezza dei dati. Molti temono che caricando informazioni sensibili su piattaforme cloud, come ChatGPT, queste possano finire esposte o violare il GDPR. La buona notizia è che proteggersi non richiede competenze supertecniche da programmatori, ma solo un cambio di strategia.
Il modo più sicuro per tutelarsi è eliminare il cloud. Oggi è possibile far girare l’AI direttamente sulla potenza di calcolo del proprio computer. Grazie a framework come Ollama, chiunque può scaricare modelli potenti ed eseguirli offline. Per chi preferisce un’interfaccia simile a quella a cui siamo abituati, l’aggiunta di Open WebUI rende l’esperienza semplice e intuitiva.
Anche il mondo mobile si sta adeguando: su Apple spicca Mwm AI, che permette di gestire chat e trascrizioni direttamente su iPhone e Mac senza inviare nulla all’esterno. Su Android, soluzioni come Local AI offrono un’operatività al 100% offline, a patto di avere uno smartphone moderno.
Se non si può rinunciare al cloud, la parola d’ordine diventa ‘anonimizzare’. Prima di incollare un testo, è bene sostituire nomi, codici fiscali e indirizzi con dati fittizi. Esistono strumenti gratuiti che automatizzano questo processo: da quelli ideali per chi cerca semplicità e per ripulire PDF e file Word in pochi clic a soluzioni più strutturate per le aziende che devono gestire grandi moli di dati.
In conclusione, la privacy nell’era dell’AI non è un miraggio. Scegliendo gli strumenti giusti e prestando attenzione a ciò che si condivide, è possibile godere dei vantaggi dell’innovazione senza lasciare che i propri segreti professionali diventino di dominio pubblico.
L. P.
Diritto dell’informazione
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