I sistemi di AI diventano capaci di dare suggerimenti che i vertici aziendali non avevano preso in considerazione: in particolare, sono uno strumento chiave nell’individuare discrepanze e punti di debolezza. Si tratta di un vero e proprio ruolo diagnostico: il sistema, raggruppando i dati operativi, propone un piano di miglioramento. Questo prevede l’individuazione di gap organizzativi, il raggruppamento intelligente delle attività e la scoperta di competenze chiave.
Ma come avviene tutto questo? Si parte dal “process mining”, nonché una tecnologia fondamentale per estrapolare dati e informazioni esistenti, ricostruendo i processi reali. Questo è capace di agire direttamente sui “log”: registri digitali che documentano cronologicamente le diverse attività all’interno di un sistema informatico. All’interno di un contesto aziendale, è in grado di identificare i flussi di lavoro e verificarne i livelli di efficienza e performance. In questo quadro si aggiunge l’“organizational network analysis” che permette di avere traccia dei rapporti interpersonali tra i dipendenti, di identificare carenze nei flussi comunicativi e di scoprire i punti di inefficienza.
Tuttavia, risulta fondamentale mantenere alti i livelli di supervisione umana: il passo chiave è quello di prevedere formazioni e comitati misti, che comprendano professionisti competenti in modo trasversale. Ma ancor di più sarà necessario sviluppare delle competenze ad hoc per leggere e comprendere i sistemi di AI: questo deve riguardare in toto l’azienda e la sua struttura.
L’AI nelle vesti di consulente aziendale è, senza dubbio, un fenomeno ancora emergente e divisorio. Alcuni sono sicuri dei vantaggi che questa comporterà, altri condividono le preoccupazioni sul tema. In particolare, il punto nevralgico è quello di interrogarsi sulla capacità di tali sistemi di comprendere e tradurre la complessità umana: ciò dipende dalla disponibilità dell’uomo a lasciarsi guidare da essi.
L.V.
Diritto dell’informazione
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