Negli ultimi anni, gli assistenti vocali basati sull’Intelligenza Artificiale sono diventati parte integrante delle nostre case e dei nostri dispositivi. Affidiamo a questi sistemi la gestione degli allarmi, le transazioni bancarie e l’accesso ai nostri dati più sensibili, confidando nella loro capacità di riconoscere la nostra voce. Tuttavia, la sicurezza di questi sistemi è sempre più minacciata da una tecnica in rapido sviluppo: l’Audio Hijacking.
L’Audio Hijacking non si limita alla semplice intercettazione di un flusso sonoro, ma rappresenta una vera e propria manipolazione progettata per aggirare le Intelligenze Artificiali e generare, ad esempio, audio “deepfake”. Oggi queste voci generate sono talmente sofisticate da riuscire a superare i controlli biometrici degli assistenti, facendo credere al sistema di ricevere comandi direttamente dal proprietario.
Attraverso questa tecnica diventa possibile anche dare ordini per disattivare telecamere di sicurezza, sbloccare serrature intelligenti o autorizzare pagamenti fraudolenti, utilizzando frequenze ultrasoniche totalmente impercettibili all’orecchio umano.
Ci troviamo di fronte a un vero e proprio paradosso tecnologico: l’Intelligenza Artificiale viene utilizzata come arma contro un’altra Intelligenza Artificiale. Mentre i colossi del settore tech lavorano incessantemente per addestrare algoritmi capaci di distinguere una voce umana reale da un software, gli hacker affinano le loro reti neurali per aggirare proprio questi filtri di sicurezza.
Per arginare i rischi legati all’Audio Hijacking, gli esperti di cybersicurezza raccomandano agli utenti di non affidarsi esclusivamente al riconoscimento vocale per le operazioni critiche. L’implementazione di un’autenticazione a più fattori, che richieda per esempio una conferma visiva tramite smartphone o l’inserimento di un PIN per le azioni più sensibili, rimane la soluzione più efficace.
A. C.
Diritto dell’informazione
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