Oggi l’Intelligenza Artificiale la possiamo trovare un po’ ovunque. Medicina, economia, istruzione, arte, musica. Non ultima l’archeologia, con un algoritmo capace di individuare tracce di antichi insediamenti analizzando immagini satellitari con un’accuratezza del 70%, che sale all’80% grazie all’intervento umano. Un risultato che cambia le regole del gioco. “È già più brava di noi”, racconta Nicolò Marchetti, archeologo dell’Università di Bologna, descrivendo il momento in cui ha visto la macchina riconoscere ciò che per anni è stato affidato solo all’esperienza di uomini e donne.
Il progetto nasce all’Università di Bologna, in collaborazione con l’informatico Marco Roccetti. L’obiettivo è affrontare una delle criticità più antiche dell’archeologia: sapere dove scavare. Grazie all’analisi di immagini open source, come quelle di Bing Maps, l’Intelligenza Artificiale individua anomalie nel terreno che potrebbero rivelare la presenza di siti nascosti.
Il banco di prova è stato la Mesopotamia, culla di civiltà antichissime come Sumeri, Babilonesi e Assiri. Qui, fra il Tigri e l’Eufrate, si concentrano alcuni degli “archeosistemi più densi e più minacciati del globo”, come sottolinea Marchetti. Ma addestrare la macchina sul suo compito non è stato facile: solo 5.000 immagini annotate, contro le decine di migliaia necessarie. “Abbiamo ‘cucinato’ quei dati in tutti i modi possibili”, spiega Roccetti, fino a integrare tecniche avanzate come la self-attention e il contributo umano nel processo (“human in the loop”), che si è rivelato fondamentale per la buona riuscita.
Il risultato è uno strumento open source, già pubblicato sulla rivista Scientific Reports, che promette applicazioni globali, poiché può essere replicato in zone archeologicamente simili nel mondo: dalla tutela del patrimonio alla pianificazione di infrastrutture. Se senza mappa si tira una riga, con l’algoritmo il territorio si riempie di possibilità.
Nello status quo il passato rischia di essere spazzato via dall’urgenza del presente e, quasi come conseguenza naturale, la tecnologia diventa alleata della memoria. Perché, ancora una volta, siamo di fronte ad una dimostrazione di come l’AI può trasformarsi in un alleato potente senza prendere il posto dell’uomo.
L. P.
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