Ma il caso KGM (la ragazza che ha denunciato Meta e Google per i danni mentali che l’uso dei social network le hanno causato) ha aperto veramente il vaso di Pandora dei problemi che i social media provocano ai giovani utenti? Dopo che la giuria di Los Angeles ha difeso la causa della ragazza ventenne e condannato Meta e Google, in molti si sono pronunciati. La vicenda ha aperto gli occhi su quanti potrebbero essere i casi come questo, su quante persone sono state danneggiate dalle piattaforme social e, non ultima, su quante azioni legali potrebbero aprirsi, mettendo in crisi l’intero mercato dei colossi tecnologici.
Andreas Schleicher, importante matematico e educatore tedesco noto a livello mondiale come direttore del settore Education and Skills, si è espresso a riguardo, dopo un’attenta osservazione del fenomeno dal 2012. Secondo l’esperto, l’esposizione dei ragazzi a questi contenuti fin dall’infanzia e l’utilizzo del cellulare senza limiti di tempo, li ha portati a sviluppare scarse capacità critiche e di conseguenza performance scolastiche di basso livello, senza fare riferimento alle numerose distrazioni che questi dispositivi comportano.
Lo psicologo Jonathan Haidt ha radunato una serie di dati sulla salute mentale dei minorenni americani, riportando percentuali spaventose, prima fra tutte un aumento del 150% dei casi di grave depressione tra i giovani a partire dal 2012. Tra i due, il genere più fragile sembra essere quello femminile: le ragazze registrano quote più alte rispetto a quelle dei ragazzi, che, tuttavia, rimangono preoccupanti. E secondo lo psicologo il nesso tra i problemi dei giovani e la fruizione dei social media è diretto.
Per provare a mettere un freno a questa situazione paesi come Spagna e Australia hanno vietato l’uso dei social ai minori di 16 anni, decisione presa in considerazione anche da Francia e Regno Unito e più in generale in tutta l’Unione Europea in seguito al Digital Services Act (regolamento che disciplina i servizi digitali nell’UE).
Sono tante le cause che provocano questi stati d’animo nei ragazzi: algoritmi e filter bubbles che individuano le fragilità degli utenti e personalizzano le esperienze con contenuti che amplificano i sentimenti negativi, interfaccia che portano all’uso ripetuto dei social media creando dipendenza, meccanismi che aumentano il coinvolgimento. Si tratta di strumenti che i programmatori utilizzano per tentare di massimizzare i tempi di utilizzo e i profitti.
Il caso KGM non è solo una sentenza: è un segnale. Un punto di rottura che costringe istituzioni, aziende e utenti a guardare oltre lo schermo e interrogarsi sulle conseguenze reali di un mondo digitale senza regole. Se davvero questa vicenda segnerà l’inizio di un cambiamento, lo si capirà dalla capacità di trasformare consapevolezza in responsabilità. Perché il futuro dei social non si gioca solo sull’innovazione, ma sul limite tra connessione e tutela della persona.
L. P.
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