Appoggiarsi alle nuove tecnologie per chiarire dei dubbi non è certo un fenomeno nato con l’Intelligenza Artificiale, basti pensare a quante volte gli utenti si siano fidati dei risultati, spesso errati, di Google (più in generale di internet) su temi sensibili e legati all’ambito medico o legale.
Questo problema sta diventando di primo piano nei dibattiti sul ruolo dell’AI nel fornire informazioni mediche o legali, soprattutto in seguito alla diffusione sui social della notizia sul divieto di ChatGPT di fornire consigli clinici e legali ai propri utenti. Notizia che poi si è rivelata essere falsa: OpenAI, con il suo nuovo aggiornamento delle policy, non vieta al chatbot di dare indicazioni a carattere generale su temi clinici o legali, ma queste non potranno sostituire le consulenze dei professionisti del settore. Infatti, le tecnologie intelligenti sono solo risorse che chiariscono e supportano la comprensione di informazioni legali e sanitarie.
Tuttavia, ci sono ancora molti utenti che hanno sottolineato di aver ricevuto in più occasioni consigli di carattere medico dal sistema AI, nonostante questi sistemi non siano in grado di applicare concretamente i dati raccolti in fase di apprendimento su dei casi specifici.
Per comprendere a pieno quanto successo, è necessario fare chiarezza su due concetti che all’apparenza possono sembrare sinonimi, ma in realtà non lo sono. Per “comunicare informazioni” generali su temi come la salute non è necessario un titolo di studio o licenza; al contrario, per fornire una consulenza è doveroso avere delle competenze e conoscenze certificate, che consentono al professionista di elaborare delle diagnosi.
Perciò, è fondamentale ribadire che ChatGPT e le altre Intelligenze Artificiali non hanno né le capacità né il potere di vestire i panni del medico o dell’avvocato, anche se possono costituire un supporto aggiuntivo nel chiarire e “semplificare” quanto diagnosticato dai professionisti.
C.Z.
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