Lo facciamo tutti, con la stessa naturalezza con cui apriamo Google Maps: ci capita di partire da una risposta AI per prendere una decisione, se la troviamo plausibile andiamo avanti, senza però chiederci da dove venga né chi l’abbia verificata.
Per vent’anni ci siamo abituati a fidarci dei risultati di Google, che restituiva link, fonti verificabili, testate riconoscibili, contenuti rintracciabili. I motori generativi hanno cambiato il meccanismo perché offrono risposte pronte e veloci, ma rendono il percorso delle fonti quasi invisibile, così la sintesi finale suona come un fatto anche quando è soltanto una deduzione probabilistica.
Secondo un’indagine Euroconsumers-Altroconsumo, condotta a settembre 2025 in dieci Paesi europei e pubblicata a gennaio 2026, solo il 33% degli italiani si sente qualificato a usare consapevolmente l’intelligenza artificiale, contro il 40% della media europea. Per l’uso elevato di AI che facciamo ogni giorno, credo siano percentuali non troppo rassicuranti.
Lavorando sull’identità digitale di persone e organizzazioni lo vedo ogni giorno. Gli errori delle AI arrivano sotto forma di ricostruzioni credibili, con dati veri in combinazioni sbagliate, spesso difficili da distinguere dalle risposte corrette, o perlomeno complete. Su argomenti generali gli errori sono meno frequenti. Il problema emerge quando devono collegare un’entità specifica, che sia una persona, un’azienda, un prodotto, a cose precise. In quel caso il modello spesso lavora su quello che trova in rete, indipendentemente da chi lo ha pubblicato, quando è stato pubblicato o, peggio, da quanto sia accurato. Se trova informazioni affini o contestualmente simili, nella mia esperienza capita che le fonda e le attribuisca alla stessa entità anche quando non appartengono alla stessa storia.
Un professionista, un giornalista, un decisore che parte da quella sintesi sta usando un’informazione che nessuno ha verificato e di cui, nei fatti, non risponde nessuno. Secondo il Discussion Paper CEPR “Mind the gap: AI adoption in Europe and the US” di Bick et al. (2026), il 26% dei lavoratori italiani e il 36% di quelli britannici usa strumenti di intelligenza artificiale per il proprio lavoro. L’abitudine è già entrata nel quotidiano, la consapevolezza dei rischi, purtroppo, meno. Il salto avviene quando una risposta AI viene trattata come una fonte.
La responsabilità resta sfocata per costruzione. Le fonti vengono ricombinate fuori dal loro contesto, il modello non garantisce la singola sintesi e chi legge riceve una risposta che quasi mai lo obbliga a fermarsi, anche quando i chatbot segnalano che possono commettere errori e invitano a verificare. È una dinamica già vista con i contenuti generati automaticamente, prima che le prime sentenze iniziassero a fissare alcuni confini. La cornice normativa europea c’è, ma non copre il momento in cui una persona smette di verificare perché la risposta suona già autorevole.
L’abitudine a non fermarsi si sta formando adesso, e corre più veloce di qualsiasi cornice normativa in arrivo.
Gabriele Gobbo
Divulgatore, docente e consulente di comunicazione digitale. Vicepresidente del Digital Security Festival e conduttore del programma televisivo FvgTech.
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