Il mercato del lavoro sta attraversando una rivoluzione silenziosa. Google e altre realtà di primo piano nel settore tecnologico hanno recentemente aperto alla possibilità per i candidati di utilizzare strumenti di Intelligenza Artificiale durante i test tecnici d’ingresso. Se un tempo l’ausilio esterno era considerato una violazione delle regole del colloquio, oggi viene interpretato come il riflesso di una competenza professionale necessaria: saper collaborare efficacemente con l’AI.
Tuttavia, l’entusiasmo delle Big Tech deve fare i conti con il complesso scenario legislativo europeo. L’integrazione dell’AI nei processi di selezione del personale solleva interrogativi critici legati al GDPR e, soprattutto, alle direttive dell’AI Act. Il rischio principale riguarda la discriminazione algoritmica e la trasparenza: se un candidato utilizza un’AI per superare una prova, come viene garantita la parità di trattamento rispetto a chi non vi accede?
Inoltre, i sistemi di monitoraggio utilizzati dalle aziende per valutare la performance “assistita” dei candidati potrebbero ricadere nelle categorie ad alto rischio previste dalle norme UE. L’obbligo di spiegabilità e la tutela della riservatezza dei dati biometrici o comportamentali rendono l’adozione di questi modelli estremamente onerosa per le imprese che operano nel vecchio continente.
In conclusione, mentre negli Stati Uniti l’AI al colloquio diventa un test di efficienza, in Europa la priorità resta la protezione del lavoratore da decisioni automatizzate potenzialmente opache. La sfida per il diritto dell’informazione sarà definire un confine netto tra supporto tecnologico legittimo e alterazione dei processi meritocratici.
F. T.
Diritto dell’informazione
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