Mi capita spesso, parlando con genitori e insegnanti, di sentire la stessa frase: “ma in fondo è solo un’app”. È la frase che certifica la resa. Nel momento in cui la compagnia artificiale viene derubricata a “app”, smettiamo di guardarla. Ed è proprio questo il punto: la compagnia artificiale ha smesso di essere una frontiera tecnologica ed è diventata un servizio in abbonamento che molti pagano ogni mese per farsi ascoltare. Quando qualcosa entra nel paesaggio quotidiano, il dibattito pubblico si ritira. E noi restiamo indietro.
I numeri descrivono un’industria adulta. Secondo il report di mercato SNS Insider, il settore delle AI companion app è stato stimato in 6,93 miliardi di dollari nel 2024 ed è proiettato a 31,10 miliardi entro il 2032. Replika, Pi, gli smart speaker diventati interlocutori abituali per adulti soli e anziani rimasti senza nessuno che bussi alla porta: dentro quelle cifre c’è un’industria che vende presenza. Una voce che risponde, conferma, rassicura.
A questo pubblico si aggiungono utenti molto più giovani. Pew Research Center nel 2025 ha registrato che il 64% degli adolescenti americani tra tredici e diciassette anni usa chatbot AI, con circa un terzo che li usa ogni giorno. Dentro quel numero ci sono ragazzi che hanno scelto un’interfaccia come primo interlocutore delle proprie emozioni, prima ancora di aver imparato a starci dentro con una persona.
E quando un rapporto si acquista come un servizio, finisce nella categoria mentale del “l’ho scelto, quindi va bene”. Chi ogni sera apre un’app per essere ascoltato sta costruendo un’abitudine, senza aver firmato nessun contratto davvero informato.
Proprio su questo terreno la Brookings Institution ha messo in guardia dal rischio che queste interazioni sostituiscano legami umani reali e incoraggino forme di ritiro sociale nel tempo: un effetto che nessuna informativa d’uso può intercettare, perché matura molto dopo il clic su “accetto”.
Ed è qui che la parola responsabilità smette di essere un dettaglio. Vendiamo un sentimento sintetico con le stesse condizioni d’uso di un’app meteo, e lo facciamo come se fossero la stessa merce. Sviluppatori, piattaforme di distribuzione, fornitori del modello, inserzionisti: la filiera è lunga, progettata, monetizzata, e il perimetro di responsabilità resta sfocato. Finché raccontiamo la compagnia artificiale come novità tecnologica, la domanda su chi risponda di cosa rimane sospesa. E intanto cresce una generazione che ha imparato a ricevere ascolto su richiesta e comincia a trovare insopportabili i tempi di chi, prima di rispondere, deve pensare.
Ecco perché la domanda sul regolarla arriva in ritardo. Prima bisogna smettere di chiamarla tecnologia e iniziare a chiamarla per quello che è diventata: un mercato delle emozioni, diffuso, normalizzato, con una cornice pubblica ancora parziale rispetto al fenomeno. Il ritardo oggi riguarda lo sguardo con cui continuiamo a trattare questi prodotti, prima ancora dei prodotti.
Gabriele Gobbo
Divulgatore, docente e consulente di comunicazione digitale. Vicepresidente del Digital Security Festival e conduttore del programma televisivo FvgTech.
Diritto dell’informazione
“Diritto dell’informazione: la bussola per orientarsi tra notizie e giurisprudenza.”
Continua a seguirci!

















