Gli studi realizzati dall’Eurispes hanno coinvolto individui italiani appartenenti a due generazioni: Millennials, e i membri maggiorenni della Generazione Z.
Tra i partecipanti all’indagine emerge in modo trasversale una riflessione sull’impatto che la Digital Immortality esercita su categorie ontologiche fondamentali attraverso cui organizziamo la comprensione della realtà. La possibilità di relazionarsi con la replica digitale di un defunto introduce forme ibride di “presenza non viva”, in cui un deadbot continua a produrre effetti concreti sul piano emotivo, relazionale e comunicativo.
Emerge poi il timore che la personalità del deadbot finisca per progressivamente trasformarsi in una costruzione aderente ai bisogni dell’utilizzatore e non della persona scomparsa.
La capacità illusoria del deadbot di consentire un dialogo con una persona defunta rappresenta uno degli aspetti maggiormente inquietanti espressi dai partecipanti. L’interazione mediata con il defunto viene percepita come una simulazione affettiva. D’altro canto, altri intervistati riconoscono che il deadbot potrebbe configurarsi come uno strumento in grado di alleviare la sofferenza di chi ha vissuto una perdita.
Molti partecipanti esprimono una critica netta all’ipotesi che il deadbot possa diventare oggetto di un’operazione commerciale orientata al profitto. Il nodo centrale riguarda il timore che le imprese possano capitalizzare la condizione di vulnerabilità emotiva delle persone in lutto.
Nonostante queste preoccupazioni, altri intervistati avanzano l’idea di un modello alternativo, in cui la gestione dei deadbot sia affidata a un attore pubblico. Un simile assetto potrebbe garantire criteri di equità, trasparenza e un pricing calmierato, orientando lo sviluppo e l’uso della tecnologia a finalità di servizio al cittadino.
Gli studi si sono poi concentrati sulla questione dell’utilizzo dei dati personali di un individuo defunto per ricostruirne digitalmente l’identità in assenza di un consenso esplicito. La creazione di un deadbot senza autorizzazione viene interpretata come una forma di mancato rispetto nei confronti della persona scomparsa.
Un ultimo tema emerso riguarda il ruolo del deadbot nella conservazione e nella trasmissione della memoria e della conoscenza del defunto. Per una parte dei partecipanti, il deadbot non rappresenta un’estensione della memoria, ma una sua distorsione.
Altri partecipanti interpretano invece il deadbot come una nuova modalità di ricordare resa possibile dal progresso tecnologico e sostanzialmente coerente con le pratiche commemorative esistenti.
V.L.
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