Il debutto di “Emma”, l’Intelligenza Artificiale sviluppata in Italia e lanciata lo scorso giugno da Egomnia, è stato accolto sui social media da un’intensa ondata di meme, critiche e ironia. Nelle prime 50 mila conversazioni registrate, gli utenti hanno evidenziato una notevole lentezza e risposte palesemente fuorvianti, con gravi errori su tabelline, date storiche e persino sull’identità dei politici. In diversi momenti, il traffico innescato dalla curiosità ha mandato in tilt il sistema, restituendo ai visitatori la scritta “Backend non raggiungibile”.
Egomnia, società fondata nel 2012 da Matteo Achilli, aveva inquadrato questo rilascio con enorme ottimismo. Su LinkedIn, Achilli aveva ipotizzato di poter ridurre drasticamente nel giro di pochi anni la dipendenza tecnologica da colossi come OpenAI, Google o Anthropic. A fronte delle contestazioni, il fondatore ha difeso “Emma” su X definendola un “modello sperimentale” che possiede appena 550,4 milioni di parametri, a differenza dei miliardi gestiti dai concorrenti. Achilli ha quindi invitato il pubblico a non usare il sistema per prove matematiche o domande a trabocchetto, ma per compiti più semplici, in attesa della futura e più allenata versione “Emma-6”.
A inquadrare il fenomeno da un punto di vista puramente tecnico è intervenuto Walter Quattrociocchi, professore di Informatica alla Sapienza Università di Roma. L’esperto ha spiegato che valutare un modello linguistico come se fosse un database o un motore di ricerca rappresenta un grave errore concettuale. Attribuire reale conoscenza a un sistema di generazione statistica sarebbe un errore, proprio come tentare di attribuirgli un’effettiva coscienza o intelligenza umana.
A.C.
Diritto dell’informazione
“Diritto dell’informazione: la bussola per orientarsi tra notizie e giurisprudenza.”
Continua a seguirci!

















