La sfera delle emozioni è così complessa che spesso persino noi esseri umani che vi siamo immersi non riusciamo a decifrarla completamente. A quanto pare però l’Intelligenza Artificiale, che non si limita più a organizzare dati, riesce a fare anche quello. È l’ultima novità, il mondo delle cosiddette “emotion AI”, sistemi capaci di analizzare espressioni facciali, tono della voce, messaggi scritti e parametri fisiologici per interpretare stati emotivi e comportamenti. Si tratta di una tecnologia che promette efficienza e produttività, ma che apre interrogativi etici sempre più profondi.
Negli Stati Uniti queste applicazioni stanno trovando spazio soprattutto nel mondo del lavoro: alcune aziende utilizzano software per valutare il comportamento dei dipendenti, monitorando il tono della voce o il linguaggio usato nelle comunicazioni digitali. Il colosso delle assicurazioni MetLife, per esempio, impiega strumenti di analisi emotiva per esaminare le interazioni dei lavoratori, mentre Burger King ha sperimentato “Patty”, una chatbot integrata nelle cuffie dei dipendenti per misurarne la gentilezza verso i clienti. Anche piattaforme come Slack e Zoom stanno introducendo funzioni che identificano positività o tossicità nei messaggi.
Il problema, però, è che non esiste ancora un consenso scientifico sull’attendibilità di queste tecnologie. La neuroscienziata Lisa Feldman Barrett ha sottolineato come le emozioni non siano universali né facilmente interpretabili da una macchina. Inoltre, diversi studi hanno evidenziato il rischio di bias algoritmici: una ricerca dell’Università del Maryland ha mostrato come alcuni software tendano a classificare i giocatori afroamericani della NBA come più “arrabbiati” rispetto ai caucasici, anche quando sorridono.
Ed è qui che emerge la questione più delicata: trasformare emozioni, empatia o gentilezza in dati misurabili rischia di compromettere privacy, autonomia e dignità personale. In Europa, infatti, l’AI Act vieta l’uso delle emotion AI nei luoghi di lavoro e nelle scuole, proprio per tutelare i diritti fondamentali degli individui. Perché monitorare le emozioni non significa solo osservare il comportamento: significa entrare nella sfera più intima della persona.
Quello che ci rimane è un enorme punto interrogativo. Può davvero una macchina, anche la più all’avanguardia, comprendere emozioni e stati d’animo delle persone? L’idea stessa sembra un ossimoro. Le emozioni sono sfumature frutto dell’esperienza personale. Ridurle a percentuali rischia di banalizzarle, svuotarle di senso e renderle un nuovo strumento di controllo per gli individui. Siamo davvero disposti a lasciare agli algoritmi la parte irrazionale della nostra umanità?
L. P.
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