Le notizie non nascono nel vuoto e non vivono gratis per miracolo nei feed. Dietro un titolo, una foto, un aggiornamento in tempo reale ci sono redazioni, investimenti, responsabilità. È su questo terreno che la Corte di giustizia dell’Unione europea ha segnato un punto importante a favore degli editori e contro l’impostazione di Meta.
Nella causa nata dal ricorso della Big Tech contro la disciplina italiana e il regolamento Agcom, i giudici di Lussemburgo hanno riconosciuto che gli Stati membri possono prevedere un’equa remunerazione quando le piattaforme utilizzano online le pubblicazioni giornalistiche. Il compenso, precisa la Corte, è legittimo se rappresenta il corrispettivo economico dell’autorizzazione concessa dagli editori. Inoltre resta importantissimo che gli editori possano decidere negare l’autorizzazione o concederla gratuitamente.
Non è solo una questione di soldi, si sta parlando di equilibrio: il cuore della decisione riguarda il rapporto di forza che intercorre tra chi produce informazione e chi la distribuisce. Gli obblighi per le piattaforme di trattare con gli editori, fornire i dati necessari e non penalizzare la visibilità dei contenuti durante le trattative sono stati ritenuti giustificati, anche se incidono sulla libertà d’impresa. L’obiettivo è uno e uno soltanto: tutelare il diritto d’autore e così permettere agli editori di recuperare gli investimenti sostenuti per produrre informazione.
La FIEG, intervenuta nell’intero procedimento, ha accolto la decisione con non poca soddisfazione. “La decisione della Corte di Giustizia europea conferma la validità del percorso intrapreso dall’Italia per tutelare l’informazione professionale nell’ecosistema digitale”, ha dichiarato il presidente Andrea Riffeser Monti. Poi il passaggio politico: “Viene riconosciuto un principio essenziale, per il quale ci battiamo da anni: i contenuti editoriali hanno un valore economico e democratico che non può essere ignorato né utilizzato senza un’equa remunerazione”.
La partita, però, non finisce a Lussemburgo. Ora il fulcro si sposta sull’applicazione concreta: trattative, compensi e rapporti di forza tra editori e piattaforme. Adesso che la regola è stata scritta, resta da vedere quale sarà il suo valore tangibile nel mercato digitale.
L. P.
Diritto dell’informazione
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