L’arrivo dell’intelligenza artificiale all’interno delle redazioni giornalistiche ha sollevato una domanda essenziale: chi racconterà il mondo di domani?
Se un software può scrivere un articolo in pochi secondi, il ruolo del giornalista umano potrebbe essere destinato a scomparire.
In realtà, l’AI non deve essere vista solo in modo negativo, ma bisogna capire che è anche uno strumento straordinario per ridurre i compiti più ripetitivi del giornalista: cercare le fonti e verificare che siano affidabili, trascrivere interviste o tradurre lanci d’agenzia in tempo reale. Questo libera i cronisti dal lavoro d’ufficio, regalando loro il tempo per indagare, verificare e approfondire.
L’intelligenza artificiale può eliminare gran parte del lavoro di riscrittura, permettendo ai giornalisti di essere più veloci e di concentrarsi sulle inchieste e sui temi da approfondire.
Il compito del giornalismo, infatti, è sempre stato la ricerca della verità. Un algoritmo non possiede l’empatia dell’essere umano necessaria per raccontare il dolore di una tragedia o il riscatto di una comunità, non può guardare negli occhi una fonte per capirne la sincerità e la verità.
Inoltre, con l’AI si corre il rischio di diffondere fake news cioè notizie false o inventate.
L’intelligenza artificiale gestirà la velocità e la mole dei dati, ma spetterà sempre all’uomo il compito di trovare le storie, la verità e garantire l’etica dell’informazione. La tecnologia si occuperà solamente dei dati, ma l’essere umano continuerà a raccontare la vita.
L.S.
Diritto dell’informazione
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