L’Intelligenza Artificiale sta cambiando il mercato del lavoro, ma i suoi effetti sono ancora poco evidenti rispetto a ciò che si pensa. È quanto emerge dal report “Labor market impacts of AI” pubblicato da Anthropic nel marzo 2026, che introduce una nuova misura per valutare quanto le professioni siano esposte all’automazione.
Lo studio fa una distinzione tra il potenziale teorico dell’AI e il suo utilizzo reale. Oggi, infatti, l’Intelligenza Artificiale è ancora molto lontana dal raggiungere tutte le sue capacità: la copertura effettiva delle attività lavorative resta solo una frazione di ciò che sarebbe tecnicamente possibile.
Alcuni settori risultano però più esposti di altri. Tra le professioni più coinvolte ci sono programmatori, operatori del servizio clienti e addetti all’inserimento dati, dove l’AI viene già utilizzata per rendere automatica una parte consistente delle attività. In particolare, i programmatori mostrano un livello di esposizione del 75%, seguiti da altre professioni con valori superiori al 60%.
Nonostante questo, il report evidenzia un dato chiave: finora non si registra un aumento significativo della disoccupazione tra i lavoratori più esposti all’AI. Le dinamiche occupazionali restano simili a quelle dei lavoratori meno coinvolti, segno che l’impatto è ancora in fase iniziale.
Emergono però segnali più sottili. In particolare, tra i giovani tra i 22 e i 25 anni si osserva un rallentamento delle assunzioni nei settori più esposti: il tasso di ingresso in questi lavori è diminuito di circa il 14% rispetto al periodo precedente alla diffusione dei sistemi di AI generativa. Un altro elemento rilevante riguarda il profilo dei lavoratori più esposti: sono in media più istruiti, meglio retribuiti e più frequentemente impiegati in professioni che richiedono un’alta qualificazione.
In sintesi, l’AI non sta ancora distruggendo posti di lavoro su larga scala. Piuttosto, sta iniziando a trasformare il mercato in modo progressivo, con effetti che potrebbero diventare più visibili nel tempo.
L. P.
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