Doveva essere uno dei simboli dell’Europa digitale del futuro. Invece, ancora prima di nascere davvero, il progetto del portafoglio di identità digitale europeo finisce sotto accusa. Una semplice app di verifica dell’età, collegata al sistema in sviluppo, è stata aggirata in pochi minuti dal consulente di sicurezza britannico Paul Moore, sollevando dubbi pesanti sull’affidabilità dell’intero ecosistema.
Non si tratta di un attacco hacker in senso classico, ma di qualcosa di più scomodo: una vulnerabilità strutturale. Con accesso al dispositivo, sarebbe possibile modificare il PIN, bypassare i controlli e accedere ai dati. Un problema che, per un sistema destinato a gestire identità digitali ufficiali, non può essere liquidato come un dettaglio tecnico.
Certo, si parla ancora di un prototipo. Ma è proprio qui che il caso diventa simbolico. Sempre più spesso, infatti, le iniziative europee in ambito tecnologico sembrano puntare su annunci ambiziosi e grande visibilità mediatica, senza però essere accompagnate da risultati all’altezza delle aspettative.
E allora la domanda è inevitabile: l’Europa è davvero pronta a gestire strumenti così delicati? O rischia di rincorrere il sensazionalismo, costruendo progetti che fanno notizia ma faticano a dimostrarsi solidi nella pratica?
Se c’è una lezione da trarre, è questa: la fiducia digitale non si conquista con gli annunci, ma con sistemi che funzionano davvero. E su questo terreno, più dei proclami, contano i fatti.
L. P.
Diritto dell’informazione
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