Immaginiamo di entrare in un grande castello, con tante stanze e tutte diverse. Man mano che lo visitiamo queste stanza scompaiono e riappaiono, cambiano posizione in base al giudizio che esprimiamo. Non è magia, è strategia. E se questa scena sembra surreale, basta aprire uno smartphone per scoprire che qualcosa di molto simile accade già ogni giorno.
Dopo la recente sentenza di Los Angeles contro Meta e YouTube, condannate per aver progettato piattaforme capaci di trattenere gli utenti con meccanismi potenzialmente compulsivi, anche l’Italia vuole dire la sua. Una proposta di legge firmata dai senatori del Partito democratico Antonio Nicita e Lorenzo Basso punta a regolare non i contenuti, ma l’architettura stessa di queste piattaforme, per arrestare dipendenza e manipolazione algoritmica.
Il design di questi portali infatti non è solo un dettaglio tecnico da considerare in un secondo momento, è la causa principale alla radice del problema, è il frutto di scelta aziendale che ha conseguenze sulla salute psicofisica delle persone e sulla qualità dell’informazione.
Il cuore del provvedimento individua tre pratiche algoritmiche da vietare, cause di tre effetti negativi diversi. La prima è la dipendenza algoritmica: scroll infinito, autoplay e notifiche studiate per stimolare il sistema dopaminergico, con effetti documentati soprattutto sui più giovani. “È un fenomeno che riguarda chiunque stia su Internet, ma è più grave per gli adolescenti”, spiega Nicita, sottolineando come questi meccanismi non siano neutri ma progettati.
La seconda è l’influenza algoritmica: le piattaforme costruiscono preferenze e profili comportamentali senza una scelta esplicita degli utenti. La proposta introduce un cambio radicale: non più opt-out, ma opt-in. “Deve esserci una scelta autonoma di base degli utenti, che possono scegliere il grado di profilazione e questo deve essere offerto come sistema di base”, afferma Nicita, incluso il diritto a non essere profilati.
Infine, la più controversa: la manipolazione algoritmica selettiva, ovvero la promozione intenzionale di alcuni contenuti a scapito di altri da parte dei gestori di queste piattaforme. Una pratica che, secondo il ddl, va vietata per tutelare informazione e democrazia.
Il testo introduce anche una novità, la responsabilità civile rafforzata: saranno le piattaforme a dover dimostrare di aver adottato tutte le precauzioni necessarie per evitare danni agli utenti e non viceversa. E se non dovessero riuscirci, dovranno pagare per tutti i danni, inclusi quelli alla salute mentale. Inoltre è previsto lo stop ai “dark pattern”, quei percorsi che rendono difficile chiudere il profilo e disinstallare le app, e l’impossibilità di opporre il segreto industriale.
L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) definirà le linee guida, mentre le sanzioni potranno arrivare fino al 4% del fatturato globale annuo, 6% nei casi che riguardano i minori o che si verificano a ridosso di consultazioni elettorali.
Conclude Basso: “la legge non regola i contenuti – materia nella giurisdizione del Digital services Act europeo – e non è punitiva nei confronti della tecnologia, vuole solo ripulirla”. Ecco allora che, un po’ alla volta, le stanze del castello sembrano ritornare ognuna al proprio posto.
L. P.
Diritto dell’informazione
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