Lo scorso maggio, in un processo per omicidio avvenuto in Arizona, i parenti della vittima chiedono alla Corte —e ottengono il permesso— di visualizzare un’animazione della vittima costruita con i dati del defunto, per rivolgersi all’imputato e “perdonarlo” per le sue azioni.
Il “perdono” è stato deciso, nelle forme e nei contenuti, dai parenti della vittima e non dalla vittima stessa. La vittima però non si è “reincarnata”, il clone non è la vittima, e non ha “perdonato” nessuno. Eppure, questa è la percezione che viene trasmessa.
Quanto accaduto in Arizona è la manifestazione della digital resurrection: questo termine definisce un servizio che, utilizzando i dati di una persona defunta costruisce un avatar o un chatbot che interagisce con chi è rimasto.
Ci si potrebbe chiedere cosa ci sia di male, in un servizio del genere. Il culto dei morti è sempre stato celebrato, seppur in diversi modi. Invece è qui che sorge il problema.
Uno dei primi studi sull’argomento evidenzia che le persone non accettano di buon grado l’idea che i propri dati possano essere usati, dopo la morte, per costruire questi cloni e rileva che questo dovrebbe essere consentito solo se, in vita, questa volontà era stata chiaramente espressa. C’è, poi, il tema di chi dovrebbe essere autorizzato a richiedere il servizio.
Per quanto complessi, gli aspetti giuridici della questione sono meno rilevanti rispetto all’impatto personale e collettivo di servizi del genere. L’elaborazione del lutto è un momento fondamentale nella vita di ciascuno di noi e la capacità di “storicizzare” un evento traumatico è un modo per cicatrizzare la ferita. D’altro canto, però, illudersi di avere ancora con sé una persona estinta, di poterci interagire e di ricevere conforto rischia di paralizzare la persona in un eterno presente, bloccato nel giorno della prima interazione con il chatbot.
Non tutti reagiscono allo stesso modo di fronte alla morte e non è detto che questa finta resurrezione digitale causi danni psicologici all’individuo e alle sue relazioni. Rimane il fatto, però, che sta crescendo la tendenza a umanizzare irrazionalmente oggetti tecnologici che, pur inanimati, sembrano comportarsi come se veramente ci riconoscessero.
V.L.
Diritto dell’informazione
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