Chi frequenta gli uffici delle startup tecnologiche o i corridoi delle grandi aziende di software avrà sicuramente notato una scena singolare: sviluppatori e ingegneri che si spostano da una stanza all’altra tenendo in mano i propri computer portatili rigorosamente semiaperti. Non si tratta di una bizzarra moda estetica né di una dimenticanza collettiva. Dietro questo comportamento, che a tratti rasenta il ridicolo e costringe a rinunciare a qualsiasi forma di privacy visiva, si nasconde una necessità tecnica legata all’esplosione dell’intelligenza artificiale agentica.
I programmatori stanno facendo di tutto per evitare di interrompere i flussi di lavoro degli agenti AI. A differenza dei software tradizionali, gli agenti autonomi compiono operazioni complesse che richiedono ore, o persino giorni, di elaborazione continua: analizzano montagne di dati, testano codice, simulano scenari e compiono azioni concatenate sul web. Chiudere completamente lo schermo del laptop, nella maggior parte dei sistemi operativi, attiva automaticamente la modalità di sospensione o di standby. Questo gesto, apparentemente innocuo, rischia di congelare il processo in corso, corrompere i dati o costringere lo sviluppatore a far ripartire da zero un calcolo computazionale costosissimo sia in termini di tempo che di risorse.
Per aggirare il problema, la comunità dei programmatori ha sviluppato una vera e propria resistenza pratica. Si va dall’utilizzo di software che “ingannano” il sistema operativo mantenendolo sveglio, fino a soluzioni decisamente più artigianali, come l’inserimento di piccoli spessori o penne tra la tastiera e lo schermo per bloccare la chiusura totale. Pur di lasciare l’algoritmo libero di agire e completare il suo compito in autonomia, gli sviluppatori preferiscono muoversi per l’ufficio mostrando a chiunque i propri schermi illuminati, accettando il compromesso di una totale trasparenza pur di non spegnere il cervello della macchina.
F. T.
Diritto dell’informazione
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