L’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare la civiltà, ma il suo “corpo” fisico fatto di server e processori sta presentando un conto ambientale pesantissimo. Secondo un’inchiesta di Wired basata sulle autorizzazioni energetiche, undici nuovi campus AI negli Stati Uniti potrebbero rilasciare fino a 129 milioni di tonnellate di gas serra ogni anno. Si tratta di una cifra superiore alle emissioni totali del Marocco: anche in uno scenario conservativo, dimezzando queste stime, l’impatto supererebbe comunque l’intera impronta carbonica della Norvegia.
Il cuore pulsante di questa espansione è il Project Matador, un gigantesco campus nel Texas autorizzato a generare sei gigawatt di potenza tramite gas. Le sue emissioni proiettate, circa 40 milioni di tonnellate di CO2, superano quelle dell’intera Giordania. Non meno problematica è la strategia di xAI, la società di Elon Musk: i suoi impianti “Colossus” a Memphis emettono singolarmente più gas serra dell’Islanda. Proprio qui, la velocità di esecuzione ha superato la tutela della salute: l’uso di turbine a metano ha causato un aumento del 79% del biossido d’azoto, colpendo una comunità già definita “capitale dell’asma”.
Questo cambio di rotta verso i combustibili fossili risponde alla logica del behind-the-meter: installare generatori nell’area interessata permette di bypassare i ritardi della rete elettrica nazionale. Tuttavia, mentre l’economia globale tenta con estrema fatica di decarbonizzarsi, l’industria dell’AI rischia di triplicare le proprie emissioni entro il 2030, trasformando il progresso tecnologico in un ostacolo critico per la situazione climatica.
L. P.
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