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IL RICONOSCIMENTO FACCIALE NON FUNZIONA PER GLI ESAMI DI GUIDA

Dopo due anni di sperimentazione, la tecnologia biometrica si rivela insufficiente

by Redazione
8 Gennaio 2026
in Eventi
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IL RICONOSCIMENTO FACCIALE NON FUNZIONA PER GLI ESAMI DI GUIDA
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Nel tentativo di rendere più sicuri gli esami teorici per la patente, il Ministero dei Trasporti aveva introdotto nell’ottobre 2023 un sistema di riconoscimento facciale chiamato Varco. L’idea era quella di verificare l’identità dei candidati in ingresso attraverso un tablet con webcam, confrontando i volti con le fototessere fornite all’iscrizione.

Due anni dopo, però, il progetto mostra limiti evidenti. Una recente circolare della Direzione generale della Motorizzazione ha infatti ripristinato l’obbligo del controllo manuale dei documenti, anche quando l’identificazione biometrica è già avvenuta. In pratica, si torna all’esibizione della carta d’identità, perché la tecnologia non basta.

Il Ministero non ha fornito dati ufficiali sui casi di scambio di persona che avrebbero spinto a questo ritorno al passato, rimandando alla polizia per la certificazione delle frodi.

Varco si limita a verificare la coerenza tra il volto del candidato e la foto presentata durante l’iscrizione o nel certificato medico, passaggio che può essere aggirato se, a monte, la foto inserita è già quella di un sostituto. Lo stesso Mit ammette che in alcuni casi un medico certificatore avrebbe accettato fotografie non corrispondenti, ingannando così il sistema.

Per prevenire ulteriori irregolarità è stato allora introdotto l’accesso con doppia autenticazione per i medici e reintrodotto il controllo visivo dei documenti.

Oltre allo scambio di persona, il ministero deve ora fronteggiare anche un altro problema: la comunicazione fraudolenta tra i candidati e complici esterni durante la prova. Per questo, dopo aver installato metal detector e introdotto servizi di vigilanza, il Mit ha deciso di fare un ulteriore passo. Con la legge di bilancio è stata prevista una spesa di quasi 5 milioni di euro per impedire l’uso illecito di dispositivi ricetrasmittenti durante gli esami, autorizzando l’acquisto di jammer, ovvero dei disturbatori di frequenze in grado di bloccare le comunicazioni.

La morale di questa storia sembra essere paradossale: nonostante l’introduzione di tecnologie biometriche e di strumenti sofisticati, la soluzione più affidabile resta ancora quella tradizionale, basata su controlli documentali e vigilanza diretta. Il riconoscimento facciale, pensato come baluardo contro le frodi, si è rivelato insufficiente e lo Stato, per garantire la regolarità degli esami, deve ora combinare tecnologie costose con una supervisione “analogica” tornata improvvisamente indispensabile.

 

S.B.


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