“È come dare alla scienza una dose massiccia di steroidi e chiedersi cosa ne verrà fuori alla fine”. Con questa metafora Guy Ryder, Sottosegretario Generale per le politiche dell’ONU, ha inaugurato al Museo del Risorgimento di Torino il summit dello Scientific Advisory Board delle Nazioni Unite. Al centro del confronto una trasformazione destinata a cambiare il futuro della ricerca: l’incontro tra intelligenza artificiale e scienze della vita.
Grazie agli algoritmi, la biologia non si limita più ad analizzare ciò che esiste, ma può arrivare a progettare nuove molecole partendo dalle funzioni desiderate. I modelli linguistici biologici, addestrati sul DNA di virus e batteri, hanno già permesso di prevedere varianti pandemiche e anticipare vaccini. Allo stesso tempo, però, gli scienziati invitano alla prudenza. Thomas Südhof, premio Nobel per la medicina, ha ricordato che l’AI individua correlazioni statistiche, ma non sempre è in grado di spiegare i meccanismi causali, e che risultati affidabili dipendono dalla qualità dei dati utilizzati.
Accanto alle sfide tecnologiche emergono anche questioni etiche e geopolitiche. Esperti come Sylvie Briand (OMS) e il professor Abdoulaye Djimdé hanno evidenziato il rischio di una ricerca sbilanciata: modelli addestrati solo su dati del Nord del mondo potrebbero ampliare ulteriormente le disuguaglianze con il Sud globale. Senza una governance internazionale condivisa, aumenta inoltre il rischio di un uso opportunistico dell’AI nella raccolta e nella gestione dei dati clinici. Per questo, le Nazioni Unite ribadiscono la necessità che la scienza rimanga un bene universale, orientato al progresso e al servizio dell’umanità e non del potere.
A.C.
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