Secondo il presidente di DI.GI. Academy, la vera difesa contro il cybercrime non è più tecnologica, ma educativa, poiché oggi questo tipo di minaccia non è più limitata agli esperti informatici o agli hacker professionisti, ma arriva sempre più spesso da adolescenti e giovani adulti che usano strumenti sofisticati con estrema leggerezza.
L’età media dei nuovi criminali informatici si è drasticamente abbassata, con protagonisti spesso tra i 17 e i 20 anni, fatto che rivela non solo un problema di sicurezza, ma anche un profondo divario etico e generazionale. L’accesso illimitato alle tecnologie digitali, infatti, ha reso possibile per chiunque, indipendentemente dall’età, compiere azioni potenzialmente dannose.
Oggi le piattaforme di cybercrime operano come vere aziende, con modelli di business simili al software-as-a-service. Gruppi come Scattered Spider o reti criminali automatizzate, gestite interamente dall’AI, forniscono strumenti pronti all’uso anche a chi non ha competenze tecniche. Basta una connessione internet per accedere a servizi che automatizzano il furto di dati, la diffusione di malware o le campagne di phishing, e così anche un ragazzo senza risorse economiche può compiere crimini e illudersi di guadagnare facilmente.
A rendere il tutto più complesso c’è la manipolazione psicologica degli utenti: i giovani criminali, infatti, sono capaci di instaurare fiducia, di essere convincenti e di spingere le persone ad agire contro il proprio interesse.
Un altro aspetto critico è la difficoltà collettiva nel riconoscere la natura informatica di molti incidenti. Spesso si preferisce attribuire un guasto o un blackout a un problema tecnico piuttosto che ammettere la possibilità di un attacco cyber. Questo tipo di atteggiamento può essere visto come una forma di rimozione culturale, che impedisce di affrontare la realtà e costruire una vera cultura della sicurezza.
L’educazione alla cybersecurity inizia nella vita quotidiana, per opera delle famiglie, e non nei laboratori informatici. In questa prospettiva, la sicurezza digitale si configura non come un insieme di regole tecniche, ma come una cultura condivisa che si costruisce nelle relazioni e negli ambienti di vita.
In conclusione, quindi, l’alfabetizzazione digitale deve diventare un percorso continuo, condiviso tra scuola, famiglia e istituzioni, poiché la consapevolezza non nasce da sola, ma si costruisce nel tempo, attraverso l’educazione, l’esempio e la responsabilità comune.
S.B.
Diritto dell’informazione
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