C’è chi ciclicamente propone di mettere in soffitta i classici, considerandoli ostacoli polverosi in una scuola che dovrebbe correre veloce verso il digitale. Eppure, proprio ora che l’Intelligenza Artificiale è in grado di produrre testi in pochi secondi, il valore della letteratura — quella “difficile”, come Manzoni — emerge con una forza nuova. La sfida sollevata dal dibattito sulle nuove Indicazioni nazionali non riguarda solo cosa leggere, ma come formare le teste di chi domani dovrà governare le macchine.
Studiare i classici nell’era dell’AI significa allenare il muscolo della complessità. Se un modello linguistico punta alla risposta più probabile e semplificata, la grande letteratura fa l’opposto: esplora l’ambiguità, le sfumature morali e la profondità dei sentimenti umani. Leggere i Promessi Sposi non serve a imparare una storia a memoria, ma a costruire quella pazienza cognitiva e quella capacità di analisi che un prompt preconfezionato non potrà mai sostituire.
La vera competenza digitale non si insegna solo davanti a uno schermo, ma attraverso la capacità di decodificare il linguaggio. Senza basi letterarie solide, i ragazzi rischiano di diventare utenti passivi, incapaci di accorgersi quando un algoritmo distorce la realtà o appiattisce il pensiero. Il classico è un esercizio di resistenza: ci insegna a non accontentarci della prima versione della realtà che ci viene proposta.
In conclusione, la scuola “facile” è una trappola che rischia di lasciare i giovani disarmati di fronte alle sfide tecnologiche. Al contrario, una didattica dell’italiano che difende i suoi pilastri è l’unico modo per garantire che l’innovazione non si traduca in un impoverimento culturale, ma in una reale opportunità di crescita consapevole.
F. T.
Diritto dell’informazione
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