Il 2025 è stato l’anno della massiccia diffusione dei sistemi di Intelligenza Artificiale che ha coinvolto i settori dell’economia, della sanità fino a quello politico. Il caso albanese di “Diella”, il primo avatar generato dall’AI ad aver assunto la nomina di ministro, è un esempio concreto di quanto sia irrefrenabile la potenza e l’utilizzo di questa tecnologia e di quanto la politica sia oggetto di una trasformazione profonda. Anche l’Italia si sta muovendo in direzione di una politica “intelligente”: la Camera ha deciso di voler adottare un sistema AI allo scopo di supportare i politici nel proprio lavoro legislativo.
Per il momento si è ancora nelle prime fasi, infatti a inizio luglio sono stati presentati tre prototipi di AI utilizzabili: Norma, che analizzerà la produzione legislativa; MSE (Modello di Scrittura Emendativa), che si occuperà di supportare la scrittura dei testi emendativi; Depuchat, che consentirà di approfondire le attività dei singoli parlamentari. Tuttavia, la maggior parte dei parlamentari preferirebbe affidarsi ai sistemi AI “privati” realizzati dai colossi Big tech, come ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e LeChat di Mistral.
L’introduzione di queste tecnologie intelligenti nel panorama politico può essere, però, un pericolo per la sicurezza nazionale: se da un lato offrono supporto nell’analisi dei dati, nella stesura di emendamenti e nella gestione delle informazioni, dall’altro sono sistemi fallibili e che se prodotti dalle grandi aziende private (come OpenAI) possono rivelare loro dati sensibili di portata nazionale, rendendoli anche potenzialmente oggetto di attacchi hacker.
Immaginare come evolverà la cooperazione tra tecnologia e politica nei prossimi anni non è semplice. I rischi e le criticità sono numerosi, soprattutto rispetto alla componente umana del lavoro politico. Tuttavia, non significa che questi strumenti innovativi non possano essere un contributo positivo al funzionamento dell’apparato politico dei Paesi.
C.Z.
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