Non si tratta di un controllo motivato da criteri quantitativi, ma dal riconoscimento di un potere infrastrutturale che rende questi operatori veri e propri passaggi obbligati per imprese, pubbliche amministrazioni e servizi digitali.
In questo nuovo scenario, il cloud non è più visto come un semplice servizio tecnico, ma come un nodo strategico che influisce sulle condizioni di accesso ai mercati, sull’autonomia degli utenti commerciali e, più in generale, sulla sovranità tecnologica dell’Unione.
Le verifiche avviate non puntano solo a stabilire se AWS e Azure debbano essere designati come gatekeeper, ma aprono una riflessione più ampia sulle conseguenze delle concentrazioni infrastrutturali: dalla capacità di influenzare standard e interoperabilità, alla possibilità di irrigidire la competizione attraverso clausole contrattuali o dipendenze tecniche difficili da superare.
Il cuore del problema riguarda la natura stessa del cloud come infrastruttura abilitante. Da esso dipendono i sistemi di AI, la gestione dei dati, i modelli predittivi e una vasta gamma di funzioni che sostengono produttività e innovazione. Per questo la Commissione vuole capire fino a che punto le architetture tecniche dei grandi provider possano generare asimmetrie tali da condizionare la libertà degli utenti di migrare, interoperare o disaccoppiare le proprie soluzioni software.
La Commissione vuole inoltre valutare se gli obblighi attualmente previsti dal DMA siano adeguati al settore cloud. L’interoperabilità, infatti, non è un semplice criterio tecnico, ma una condizione essenziale per evitare che l’ecosistema digitale europeo rimanga intrappolato in percorsi senza reali alternative.
La questione va però oltre il piano tecnico-regolatorio, intrecciandosi infatti al tema della sovranità digitale europea. La dipendenza strutturale da pochi fornitori extraeuropei solleva interrogativi sulla capacità dell’Unione di definire autonomamente le condizioni del proprio spazio digitale. Per questo la regolazione del cloud assume una dimensione geopolitica: diventa uno strumento per riequilibrare rapporti di forza globali e per evitare che l’infrastruttura digitale europea venga plasmata da logiche private difficilmente controllabili.
Le indagini, dunque, non riguardano solo la possibile designazione di due operatori come gatekeeper, ma appresentano un banco di prova per il modello europeo di regolazione. La domanda di fondo è se l’Europa sia in grado di riaffermare la primazia del diritto sulle infrastrutture digitali e di impedire che il cloud diventi uno spazio opaco governato unicamente da interessi privati.
S.B.
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