L’AI non è percepita come una tecnologia straordinaria, bensì come una presenza ordinaria, discreta, spesso invisibile, che si inserisce negli spazi lasciati vuoti da relazioni intermittenti e reti sociali indebolite e presentandosi di conseguenza sempre disponibile ad ascoltarci. In questa dimensione si nasconde un rischio profondo che riguarda la riorganizzazione delle aspettative relazionali.
Il rapporto tra persone e chatbot è stato oggetto di riflessione di recenti pubblicazioni: le persone che parlano con chatbot non vengono descritte come incapaci di distinguere realtà e finzione, sanno razionalmente che un chatbot non è una persona ma con esso possono vivere una relazione emotiva. È una risposta umana coerente con la tendenza ad attribuire intenzionalità e sentimento a ciò che interagisce con noi in modo convincente.
Sempre queste pubblicazioni sostengono che l’ascesa dei compagni AI non è un’anomalia tecnologica, ma il sintomo di una società in cui le infrastrutture che mitigavano la solitudine hanno progressivamente perso forza. Le aziende tecnologiche intercettano questa fragilità e la trasformano in mercato. La solitudine viene così ridefinita come problema individuale da gestire con prodotti personalizzati, rendendola così una variabile economica.
Le pubblicazioni evidenziano poi che i chatbot non sono terapeuti e non possono sostituire percorsi di cura specifici. Presentare l’AI come alternativa alla terapia rischia di trasformarla in uno strumento di risparmio che abbassa gli standard di cura proprio per le persone più vulnerabili.
L’analisi più profonda di queste pubblicazioni riguarda la natura delle relazioni. Le relazioni umane implicano reciprocità, conflitto, responsabilità. L’AI non ha bisogni propri, non può essere ferita e non dipende da noi. Il risultato è che la relazione con un chatbot diventi una forma di intimità povera dal punto di vista trasformativo.
Trattare i sistemi di AI relazionale come applicazioni a basso rischio non consente di percepire realmente il loro impatto cumulativo. Non producono danni immediati e misurabili, ma contribuiscono nel tempo a ridefinire le modalità attraverso cui le persone costruiscono legami, affrontano il disagio e delegano parti della propria vita emotiva.
V.L.
Diritto dell’informazione
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