Per anni, nella futuristica Silicon Valley, la religione è sembrata appartenere a un altro secolo: troppo lenta, troppo antica, troppo lontana dal culto della velocità tecnologica. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. E non è un dettaglio: alcune tra le aziende più potenti dell’Intelligenza Artificiale si sono sedute allo stesso tavolo con leader spirituali.
A New York, OpenAI e Anthropic hanno partecipato al primo incontro del Faith-AI Covenant, iniziativa promossa dalla Interfaith Alliance for Safer Communities. Alla tavola rotonda erano presenti rappresentanti cristiani, ebrei, induisti, sikh e baha’i, chiamati a discutere una domanda semplice solo in apparenza: quali valori dovrebbero guidare queste nuove macchine intelligenti?
Il punto è che l’AI non è più soltanto uno strumento. I modelli linguistici orientano ricerche, decisioni, conversazioni intime e, talvolta, persino dubbi morali o spirituali. Anthropic lavora da tempo alla cosiddetta Constitutional AI, un approccio che prova a definire regole etiche esplicite per il comportamento dei chatbot. Ma la questione è più ampia: nessun modello è davvero neutrale, perché ogni sistema porta con sé tracce dei dati, delle scelte e delle visioni che lo hanno formato.
Non tutti, però, sono contenti. Per alcuni, il dialogo con le religioni è un passaggio necessario davanti a una tecnologia che corre più veloce delle leggi. Per altri, è anche un modo per dare un’ulteriore legittimità pubblica alle grandi aziende dell’AI, già capaci di influenzare non solo il mercato, ma l’immaginario collettivo.
Dopo New York, il progetto dovrebbe proseguire a Pechino, Nairobi e Abu Dhabi. La domanda è una sola e riguarda tutti: se l’Intelligenza Artificiale imparerà a parlarci di ciò che è bene e ciò che è male, chi si prenderà la responsabilità di insegnarle la differenza?
L. P.
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