La libertà di stampa in Europa attraversa una fase critica. È quanto emerge dal nuovo rapporto del Consiglio d’Europa, che fotografa un 2025 segnato da un clima sempre più ostile per chi fa informazione. Minacce legali, aggressioni fisiche, intimidazioni, tentativi di controllo dei media e perfino forme di repressione oltreconfine compongono un quadro che desta allarme.
Il documento, intitolato “On the Tipping Point: Press Freedom 2025”, raccoglie i dati della piattaforma per la protezione del giornalismo e segnala un aumento netto delle violazioni. Nel corso dell’anno sono state registrate 344 segnalazioni di gravi minacce alla libertà dei media, con un incremento del 29 per cento rispetto alle 266 dell’anno precedente. I numeri più alti si concentrano in Russia (50 casi), Turchia (49), Georgia (35), Serbia (35) e Ucraina (27). In molti episodi le violazioni risultano legate alla guerra o a tensioni politiche interne. Proprio il conflitto scatenato da Mosca continua a rappresentare la minaccia più grave. Quattro operatori dei media hanno perso la vita nel 2025 in seguito ad attacchi armati; altri sono rimasti feriti o risultano detenuti nei territori occupati. La guerra non solo espone i cronisti a rischi diretti, ma alimenta anche propaganda, restrizioni e controlli che rendono sempre più difficile un’informazione indipendente. Non meno preoccupante è la situazione durante le proteste in diversi Paesi europei. In circa un quarto degli Stati analizzati si sono verificati episodi di violenza contro giornalisti impegnati a documentare manifestazioni pubbliche.
Le aggressioni – attribuite di volta in volta a forze di polizia, esponenti politici o manifestanti – sono risultate particolarmente frequenti in Georgia, Serbia e Turchia. L’effetto complessivo è un clima di intimidazione che limita la possibilità di raccontare con precisione fatti di interesse pubblico. Il rapporto dedica ampio spazio anche all’uso crescente delle cosiddette SLAPP, le azioni legali strategiche intentate per scoraggiare la partecipazione pubblica. Si tratta di cause civili o penali promosse con l’obiettivo di mettere sotto pressione economica e psicologica giornalisti e redazioni.
Accanto a queste, emergono casi di sorveglianza digitale tramite spyware, legislazioni sugli “agenti stranieri” e pratiche di repressione transnazionale contro reporter in esilio. Al 31 dicembre 2025 risultavano detenuti in Europa 148 giornalisti. Le cifre più elevate si registrano in Azerbaigian, Russia, Bielorussia e Turchia, ma anche nei territori ucraini occupati dalle forze russe. Inoltre, 51 omicidi di giornalisti avvenuti negli anni restano ancora senza colpevoli, a conferma di un problema strutturale di impunità. In questo scenario l’Italia compare più volte nel rapporto. Pur non essendo tra i Paesi con il maggior numero di segnalazioni, viene indicata tra quelli in cui esiste un rischio significativo di interferenza politica nei media di servizio pubblico, insieme a Ungheria, Malta e Turchia e, a seguire, ad altri Stati dell’Europa centro-orientale e balcanica. Le osservazioni richiamano precedenti rilievi formulati anche dalla Commissione europea negli anni passati sul tema dell’indipendenza dell’informazione radiotelevisiva.
Particolare risonanza ha avuto il caso di presunta sorveglianza ai danni di giornalisti italiani tramite lo spyware Graphite, sviluppato dalla società israeliana Paragon Solutions. Secondo il rapporto, tra le persone colpite figurano Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino, rispettivamente caporedattore e responsabile della redazione napoletana di Fanpage. Le indagini avrebbero confermato l’uso del software per monitorare reporter critici e membri della società civile. Tuttavia, finora non sono state accertate responsabilità, circostanza che ha spinto la Federazione Nazionale della Stampa Italiana e l’Ordine dei Giornalisti a presentare un esposto alla Procura di Roma.
L’Italia viene citata anche per ritardi nelle decisioni di finanziamento del servizio pubblico e per episodi che sollevano interrogativi sull’autonomia professionale dei cronisti. Emblematico il licenziamento, avvenuto nell’ottobre 2025, del corrispondente da Bruxelles dell’agenzia Agenzia Nova dopo una domanda ritenuta
inappropriata durante un briefing della Commissione europea. Secondo il Consiglio d’Europa, casi simili – registrati anche in Serbia e Svizzera – dimostrano come le pressioni possano provenire non solo dall’esterno, ma anche dalle strutture proprietarie o gerarchiche delle stesse testate. Non mancano, tuttavia, segnali positivi. In vari Stati sono stati adottati piani d’azione per la sicurezza dei giornalisti e norme per contrastare le cause abusive e proteggere le fonti. A livello europeo si stanno consolidando strumenti per arginare le SLAPP e rafforzare la tutela delle croniste, spesso bersaglio di campagne d’odio online.
I partner della piattaforma invitano il Consiglio d’Europa, la Commissione europea e i 46 Stati membri a dare piena attuazione agli standard sulla libertà di stampa. Le priorità indicate sono chiare: garantire la sicurezza fisica dei giornalisti, assicurare l’indipendenza dei media pubblici, contrastare l’uso strumentale delle azioni legali e rafforzare la protezione delle fonti e delle professioniste dell’informazione. Il messaggio che arriva da Strasburgo è netto: la libertà di stampa non è un dato acquisito, ma un equilibrio fragile. In un contesto segnato da guerre, polarizzazione politica e nuove tecnologie di sorveglianza, la difesa del giornalismo indipendente diventa una cartina di tornasole della qualità democratica del continente.
di Matteo Cotellessa, Giornalista professionista in Direzione Comunicazione Mediaset e cultore della materia di Diritto dell’informazione, Diritto europeo dell’informazione e Regole della Comunicazione d’impresa con il Prof. Ruben Razzante (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)
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