Il punto nevralgico della questione è che i confini tra la vita privata e quella professionale sono sempre più labili: un contenuto diffuso online da un dipendente può incidere sull’azienda, generando rischi reputazionali che non devono essere trascurati.
Pertanto, l’obiettivo deve essere quello di trovare un punto di equilibrio tra la tutela dei diritti fondamentali dei dipendenti e dell’immagine aziendale. In questo quadro, occorre anche garantire e mantenere la neutralità tra i dipendenti: non devono verificarsi fenomeni discriminatori di alcun tipo.
Occorre comprendere che, ad oggi, l’opinione pubblica e i consumatori si aspettano che le aziende si muovano in prima linea, assumendo una posizione netta circa temi sensibili e delicati. Infatti, se l’azienda cessa di essere percepita come neutrale, questo può avere conseguenze negative sui contenuti pubblicati dai lavoratori. Potrebbe causare fenomeni di polarizzazione e, più generalmente, tensioni interne.
Bisogna analizzare il quadro normativo italiano: esistono diverse leggi volte a limitare la possibilità per il datore di lavoro di verificare il contenuto dei post dei dipendenti. Innanzitutto, occorre citare il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR): stabilisce che il datore di lavoro può trattare i dati personali dei dipendenti solamente per finalità legittime. A ciò si aggiunge l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori: non legittima controlli occulti di alcun tipo. Infine, si fa riferimento all’art. 21 della Costituzione: sebbene tuteli ampiamente il diritto alla libertà di pensiero, questo deve avvenire con riferimento al dovere di fedeltà e diligenza. Più in generale, il datore di lavoro può trattare informazioni personali dei dipendenti solo per finalità legittime: non può monitorarne i profili social ma può eseguire verifiche ad hoc.
Cosa succederebbe se un post danneggiasse l’immagine aziendale? L’impresa potrebbe adottare una serie di provvedimenti disciplinari: questi devono essere proporzionati alla natura del fatto. Ne sono un esempio il richiamo, la sospensione o, in casi gravi, il licenziamento. In ogni caso, le realtà aziendali devono riconoscere e accettare che, ad oggi, i confini tra vita privata e professionale siano sempre meno definiti.
L.V.
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