Oggi in territorio USA si apre il processo che potrebbe rappresentare una svolta storica per il futuro sociale ed economico mondiale. Alla sbarra sono chiamati i social media e a guidare la causa è una giovane ragazza di 19 anni, identificata come K.G.M.: la ragazza sostiene che le piattaforme abbiano favorito forme di dipendenza capaci di provocare gravi conseguenze psicologiche e relazionali, soprattutto tra i minori. Lei stessa racconta di aver riscontrato gravi danni psicologici a seguito di una dipendenza sviluppata in età adolescenziale. Ciò che viene sottolineato è l’atto intenzionale e consapevole con cui questi social costruiscono il loro impero allo scopo di rendere assuefatti e controllabili gli utenti fin da bambini.
Le famose società proprietarie di app come Google, TikTok, Facebook, Instagram e YouTube sono da tempo destinatarie di migliaia di azioni legali per accuse che riguardano comportamenti compulsivi e gravi danni sulla salute dei ragazzi. Alcuni dei sintomi certificati riscontrati sono depressione, disturbi alimentari, ricoveri in strutture psichiatriche fino ad arrivare a casi di suicidio. D’altra parte, i giganti si difendono appellandosi ad una legge americana del 1996 che li solleverebbe da qualsiasi responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti, sostenendo inoltre che i meccanismi di funzionamento sono regolati da algoritmi in modo automatico.
Il processo si terrà davanti al giudice Carolyn Kuhl presso la Corte Superiore di Los Angeles. Tra i volti noti sarà chiamato a testimoniare Mark Zuckerberg, CEO di Meta ma non è certa la sua presenza in aula. L’apertura del processo è prevista per oggi con una lunga fase dedicata alla selezione della giuria.
Tuttavia, Snap Inc. (Snapchat) e TikTok hanno scelto di patteggiare proprio alla vigilia del processo, evitando una causa pubblica lunga e potenzialmente molto dannosa sul piano reputazionale. I termini degli accordi non sono stati resi pubblici, come spesso accade in questo tipo di intese extragiudiziali. La decisione sarebbe legata anche al rischio di una forte esposizione mediatica e alla possibile diffusione di documenti interni durante il dibattimento. Il processo, quindi, proseguirà solo nei confronti di Meta e Google, che hanno deciso di non patteggiare e di affrontare il giudizio in aula.
J. S.
Diritto dell’informazione
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