Il verdetto della giuria di Los Angeles che ha condannato Meta e Google per i danni psicologici subiti da una ragazza oggi diciannovenne, ma sulle piattaforme sin da bambina, ha scatenato una vera e propria bufera sull’uso dei social in generale e in particolar modo da parte dei minori. La sentenza ha sancito un prima e un dopo: da quel momento si sono verificati una serie di avvenimenti e sono stati messi in atto provvedimenti che hanno puntato una lente di ingrandimento su un problema che si sta allargando a macchia d’olio, soprattutto sulle generazioni più giovani.
Per provare a contenere i danni, Meta ha giocato d’anticipo, ma in maniera sporca: pian piano sono state rimosse da Facebook e Instagram le pubblicità usate dagli studi legali per reclutare le parti lese nelle cause sulla salute mentale dei minori.
Da parte loro gli studi legali colpiti dalla “censura” di Meta, tra cui anche i colossi Morgan & Morgan e Beasley Allen, hanno accusato la società di utilizzare il suo dominio per ostacolare la via verso la giustizia. Del resto per un avvocato la pubblicità sui social è uno strumento imprescindibile non solo per informare i cittadini sui propri diritti, ma soprattutto per raggruppare racconti utili nelle azioni legali che coinvolgono molti danneggiati.
Un portavoce dell’azienda è stato ben chiaro a proposito della decisione di oscurare: ““Ci stiamo difendendo attivamente da queste azioni legali e stiamo rimuovendo le inserzioni volte a reclutare querelanti. Non permetteremo agli avvocati di trarre profitto dalle nostre piattaforme mentre sostengono, al contempo, che siano dannose”.
Per anni le Big Tech si sono difese in nome della Sezione 230 del Communications Decency Act, che le tutela dai contenuti pubblicati dagli utenti. Oggi però l’attenzione si è spostata dal contenuto al design delle piattaforme, come lo scroll infinito. Secondo gli avvocati, gli algoritmi sono progettati in modo da creare dipendenza, soprattutto nei più giovani, e sono per questo motivo da condannare. Inoltre la recente sentenza di Los Angeles ha stabilito che queste scelte non sono protette dalla legge, perché riguardano il funzionamento del prodotto, non la libertà di espressione.
Anche un tribunale del New Mexico ha condannato l’azienda di Zuckerberg per pratiche ingannevoli sulla sicurezza dei minori e per il ruolo dei suoi algoritmi. Con l’aumento delle cause, gli avvocati avevano implementato la pubblicità, prontamente arrestate da Meta.
Come conseguenza di tutto, la promozione si è spostata su tv e radio, dove è cresciuta rapidamente fino a triplicare. La battaglia, quindi, non è stata persa, si è semplicemente spostata fuori dalla zona di interesse delle Big Tech.
L. P.
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