Nell’era di Internet e dell’Intelligenza Artificiale la facilità con cui ogni giorno contenuti, immagini e testi possono essere copiati e condivisi online pone nuove sfide alla tutela della proprietà intellettuale. Proprio su questo fronte si inserisce la nuova causa intentata negli Stati Uniti contro Meta e il suo amministratore delegato Mark Zuckerberg, accusati da cinque grandi case editrici e dallo scrittore Scott Turow di aver violato il diritto d’autore.
La denuncia, presentata presso il tribunale federale del Distretto Sud di New York, vede coinvolti cinque colossi editoriali: Hachette, Macmillan, McGraw, Elsevier e Cengage. Secondo quanto riportato dall’accusa, Meta avrebbe utilizzato una quantità smisurata di libri protetti da copyright per addestrare un suo modello di AI, Llama, senza il permesso di autori e editori.
Ad aggravare l’accusa, il presunto utilizzo di materiale piratato scaricato attraverso piattaforme per la diffusione illegale di contenuti digitali. Gli avvocati inoltre sostengono che dalle opere sarebbero state rimosse volontariamente tutte le informazioni relative al diritto d’autore.
Meta da parte sua respinge le accuse, avvalendosi della normativa statunitense del “fair use”, secondo cui l’addestramento dei modelli di AI con materiali protetti è concesso.
La vicenda si inserisce in un contesto di acceso dibattito che vede autori, editori e aziende tech confrontarsi sul futuro del diritto d’autore nell’era dell’intelligenza artificiale. Per concludere, la parte lesa ha affermato che i sistemi di AI generativa rappresentano un rischio concreto per l’editoria mondiale, poiché potrebbero riprodurre, riassumere o imitare libri e contenuti originali riducendo il valore economico delle opere stesse.
L. P.
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