Quando si parla di informazione e minori, la Carta di Treviso del 1990 resta il punto di riferimento assoluto. Nel corso degli anni, però, la società e le tecnologie sono cambiate notevolmente, costringendo il mondo del giornalismo a fare dei passi in avanti fondamentali per non restare indietro.
La prima vera rivoluzione pratica arriva nel 1995 con il Vademecum di Treviso. Se la Carta iniziale dava delle linee guida teoriche, questo testo ha introdotto dei paletti chiarissimi e concreti per la cronaca di tutti i giorni. I giornalisti si sono trovati davanti a divieti rigidi: stop alla pubblicazione di nomi di genitori, indirizzi di casa o dettagli sulle scuole frequentate. L’obiettivo era impedire che si potesse risalire all’identità del bambino anche in modo indiretto. In più, il testo ha garantito la privacy dei più piccoli in situazioni delicate come divorzi, affidi e adozioni, anticipando la lotta a quel fenomeno che oggi chiamiamo sharenting.
Il secondo momento di svolta scatta nel 2006. Con l’esplosione di internet e il nuovo Codice della Privacy, l’Ordine dei Giornalisti e la FNSI hanno dovuto ridisegnare le regole. Il cambiamento più importante è stato l’estensione delle tutele a tutti i siti web e ai canali multimediali. Si è preso coscienza del fatto che una notizia online non muore il giorno dopo come un quotidiano cartaceo: un video o una foto rimangono in rete, pronti per essere condivisi o registrati dagli utenti. Da quel momento, difendere i minori online è diventato un obbligo severissimo per chiunque faccia informazione sul web.
Infine, arriviamo al 2021, con l’ultima modifica della Carta: le protezioni cambiano in base all’età del minore. Un bambino piccolo e un adolescente hanno esigenze diverse. Per questo, il giornalista deve esprimersi in modo chiaro e usare un linguaggio adatto quando parla con un minorenne. È assolutamente vietato fornire indizi che possano permettere di identificarlo, come il nome della scuola o l’identità dei genitori. La diffusione di informazioni e immagini è possibile soltanto quando può avere un effetto positivo sul minore e, in ogni caso, senza compromettere il suo benessere fisico e psicologico. Inoltre, anche se i genitori danno il consenso per un’intervista, il giornalista deve rifiutarsi di realizzarla se capisce che la pubblicazione potrebbe danneggiare il minore in futuro. Bisogna sempre evitare una sovraesposizione mediatica che potrebbe avere conseguenze sulla sua vita e sulla sua crescita.
L.S.
Diritto dell’informazione
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