C’è un momento, nelle trasformazioni digitali, in cui il diritto smette di inseguire e prova finalmente ad anticipare. È quello che sta accadendo in Italia nell’aprile 2026, con l’accelerazione impressa dal Governo al disegno di legge 1136, la cui prima firmataria è l’onorevole Lavinia Mennuni. Da proposta parlamentare, il testo si sta finalmente trasformando in una risposta normativa concreta a un’emergenza sempre più dilagante: la tutela dei minori sui social network.
Il fulcro della riforma è chiaro e preciso: fissare a quindici anni l’età minima per l’accesso autonomo alle piattaforme, superando la soglia dei quattordici prevista dal Regolamento generale sulla protezione dei dati. Una decisione che privilegia la tutela della sanità mentale rispetto all’autonomia digitale, soprattutto alla luce dei numerosi effetti nocivi causati da un’esposizione precoce agli algoritmi.
Ma il ddl va oltre la teoria, introduce strumenti concreti, come il Digital Wallet per la verifica dell’età, che supera una volta per tutte il sistema delle autocertificazioni. Le piattaforme non potranno più dichiararsi tecnicamente impossibilitate a controllare: la verifica diventa un obbligo vero e proprio.
Cambia anche il ruolo delle famiglie. I genitori saranno tenuti a installare sistemi di controllo parentale, con possibili sanzioni in caso di inadempimento. Un cambio di direzione che ridefinisce la responsabilità genitoriale nell’era digitale, sollevando dubbi sull’equità e sull’accesso agli strumenti tecnologici: in che modo le famiglie prive di competenze digitali o di fondi per acquistare i software di protezione allinearsi al ddl?
Sul piano giuridico, la novità più incisiva è la nullità dei contratti stipulati da minori di quindici anni ai senso dell’articolo 6 del GDPR: i dati raccolti diventerebbero così illeciti, imponendo alle piattaforme una effettiva cancellazione dei profili. Un colpo diretto al sistema economico delle grandi società della Silicon Valley, basato sulla profilazione.
Il testo interviene infine anche sul fenomeno dei baby influencer, prevedendo tutele economiche per evitare forme di sfruttamento del minore da parte della famiglia e garantire che l’immagine del bambino non sia utilizzata a fini di lucro.
Il DDL 1136 non è solo una legge sui social. È il tentativo di ristabilire un equilibrio tra innovazione e diritti, tra libertà e protezione. Perché crescere nel digitale non significa essere lasciati soli davanti a uno schermo, ma accompagnati dentro un sistema che, finalmente, riconosce i propri limiti.
L. P.
Diritto dell’informazione
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