Il Tribunale di Roma ha annullato la sanzione amministrativa da 15 milioni di euro inflitta a OpenAI dal Garante per la protezione dei dati personali, chiudendo – almeno per ora – una delle controversie più rilevanti in Europa sul rapporto tra intelligenza artificiale e privacy. Le motivazioni della decisione non sono ancora state rese pubbliche.
La multa, risalente al 2024, era il risultato di un’indagine approfondita avviata dall’autorità italiana nei confronti di ChatGPT. Al centro delle contestazioni c’erano presunte violazioni del GDPR, tra cui l’utilizzo di dati online senza una base giuridica chiara, carenze nella trasparenza verso gli utenti e l’assenza di adeguati sistemi per la verifica dell’età.
Un altro punto critico riguardava la gestione di un incidente informatico avvenuto nel 2023, che secondo il Garante non sarebbe stato comunicato tempestivamente all’autorità italiana: l’esposizione accidentale dei dati di alcuni utenti. Da qui la decisione di imporre una sanzione significativa, pensata anche come segnale forte in un contesto tecnologico in rapida evoluzione.
OpenAI aveva però contestato fin da subito il provvedimento, giudicandolo eccessivo e sostenendo l’adeguatezza delle proprie pratiche ai principi normativi europei. Il ricorso presentato presso il Tribunale aveva già prodotto un primo effetto nel marzo 2025, quando i giudici avevano disposto la sospensione cautelare della multa.
Con la sentenza definitiva, i giudici romani hanno ribaltato la decisione iniziale dell’autorità garante. In una dichiarazione diffusa tramite Reuters, l’azienda ha ribadito: “Siamo da sempre impegnati a rispettare la privacy degli utenti e guardiamo con interesse alla possibilità di aiutare sempre più persone, imprese e la società italiana a beneficiare dell’intelligenza artificiale”.
Il Garante per la protezione dei dati personali, al momento, non ha commentato la sentenza.
Il caso rappresenta un passaggio cruciale nel dibattito europeo sulla regolamentazione dell’AI. L’Italia era stata tra i primi Paesi occidentali ad agire con risolutezza nell’ambito dei modelli di intelligenza artificiale generativa e l’esito di questa vicenda potrebbe influenzare l’approccio futuro delle autorità e dei tribunali nel bilanciare innovazione tecnologica e tutela dei diritti fondamentali.
L. P.
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