C’è una generazione che, sempre più spesso, sceglie di confidarsi con un’Intelligenza Artificiale invece che con uno psicologo. Non è fantascienza, ma il quadro che emerge da un recente sondaggio europeo condotto da Ipsos BVA per conto della CNIL, l’autorità francese per la privacy, e del gruppo assicurativo Groupe VYV. Più di un giovane su due tra gli 11 e i 25 anni ha dichiarato di aver parlato con un chatbot dei propri problemi personali, delle paure e della salute mentale.
Il dato ci lascia perplessi soprattutto perché supera, almeno in parte, il rapporto con i professionisti: il 51% degli intervistati si sente più a suo agio ad aprirsi con un chatbot, contro il 49% e il 37 % che si rivolgerebbero rispettivamente a un medico e a uno psicologo. In linea generale comunque gli amici restano la prima scelta, ma l’AI si sta pian piano facendo spazio nell’intimità della vita quotidiana dei giovani.
Il motivo è semplice: i chatbot sono disponibili 24/24, non giudicano e non mostrano stanchezza. Per molti ragazzi costituiscono spazi anonimi e spontanei in cui condividere quello che provano senza la paura di essere criticati.
Anche in Italia il fenomeno è in rapida crescita. Secondo un’indagine di Telefono Azzurro e Ipsos Doxa, una quota consistente di adolescenti utilizza modelli come ChatGPT non solo per aiutarsi con lo studio, ma anche per chiedere consigli e cercare un supporto emotivo.
Dietro questo fenomeno si nasconde un disagio reale che sta prendendo piede velocemente. Il sondaggio europeo evidenzia che quasi il 28% dei giovani coinvolti mostra segnali compatibili con un disturbo d’ansia generalizzata. E forse è proprio questo il punto più fragile: l’AI può offrire conforto sul momento, ma nel lungo periodo non è in grado di sopperire a relazioni umane, ascolto professionale e aiuto psicologico.
La vera sfida sarà capire ancora una volta come convivere con queste tecnologie senza diventarne dipendenti o assuefatti, affinché non si trasformino in un vizio, ma in una virtù.
L. P.
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