Il lavoro non è soltanto svolto: è osservato, registrato e tradotto in dati. La diffusione di strumenti digitali in grado di monitorare produttività, comunicazioni interne, tempi di attività e performance ha reso il controllo una dimensione ordinaria dell’esperienza lavorativa.
Questo insieme di pratiche viene ricondotto al termine workveillance, una crasi tra work e surveillance che indica un mutamento qualitativo nel rapporto tra tecnologie organizzative e costruzione della soggettività lavorativa.
La sorveglianza sul lavoro è cambiata, il controllo è esercitato in modalità diverse: dalle forme localizzate e visibili si passa a sistemi di monitoraggio più estesi e continui, in cui il luogo di lavoro non coincide più con uno spazio fisico delimitato né con un tempo chiaramente definito.
Con la progressiva informatizzazione degli uffici, il controllo si è spostato dalla presenza fisica alla registrazione dei flussi informativi, dando origine ai sistemi di monitoraggio. I dati prodotti dall’attività lavorativa vengono integrati in sistemi capaci di elaborarli in modo continuo, generando valutazioni, previsioni e indicazioni operative.
La produzione dei dati che rendono il lavoro osservabile avviene spesso attraverso pratiche ordinarie come l’uso di strumenti collaborativi e piattaforme digitali, alle quali i lavoratori partecipano attivamente.
La workveillance incide sul vissuto soggettivo dei lavoratori, in particolare sul senso di autonomia, sulla motivazione e sul benessere psicologico. Il controllo algoritmico contribuisce a ridefinire il valore del lavoro attraverso metriche osservabili e comparabili.
L’esposizione continua a flussi informativi ridondanti e frammentati può generare stati di sovrastimolazione e di perdita di senso che si riflettono anche nella sfera lavorativa. La workveillance tende ad amplificare dinamiche già presenti, incidendo sulla qualità dell’esperienza soggettiva del lavoro.
La workveillance apre questioni più ampie legate alla costruzione dell’identità professionale e alle relazioni di potere all’interno delle organizzazioni. L’impiego di modelli psicologici e comportamentali nei sistemi di monitoraggio tende a ricondurre la soggettività a configurazioni osservabili e prevedibili.
La workveillance non elimina la dimensione del controllo nel lavoro, ma ne modifica la profondità e la pervasività, rendendo necessario un uso più consapevole delle sue applicazioni.
V.L.
Diritto dell’informazione
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