Dopo la sentenza della Corte suprema di Los Angeles, che ha condannato lo scorso 25 marzo Meta e Google a pagare 3 milioni di dollari per i problemi di salute mentale e dipendenza causati ad una ragazza di vent’anni che si era iscritta alle piattaforme quando ne aveva 9, il dibattito sull’uso dei social media da parte dei minori si riaccende in Italia.
Dopo il disegno di legge (ddl) presentato congiuntamente da Pd e Fratelli D’Italia nel maggio 2024 e poi frenato lo scorso ottobre, a fine gennaio la Lega ha depositato alla Camera dei deputati una nuova proposta di legge che vieta l’uso dei social ai minori di 15 anni. Per i giovani compresi nella fascia d’età tra 15 e 18 anni, invece, l’accesso alle piattaforme dovrebbe essere consentito solo in presenza del “consenso verificabili” dei genitori.
La premessa da cui parte il ddl, di cui la prima sottoscrittrice è la deputata Giorgia Latini, sono gli effetti nocivi che le piattaforme social hanno sulle vite dei giovani. Il testo propone anche programmi di educazione digitale nelle scuole, per insegnare ai ragazzi la logica degli algoritmi e fornire loro gli strumenti necessari per gestire i minuti che trascorrono su Internet in maniera più consapevole.
Secondo alcuni parlamentari il problema non dipende solo e unicamente dai contenuti che i ragazzi trovano online, ma dal modo in cui i social media sono strutturati: progettati sulla logica degli algoritmi, essi tendono a trattenere il più possibile l’utente con contenuti coinvolgenti che stimolano il cervello a produrre dopamina, creando a lungo andare dipendenza.
Il divieto d’accesso ai social potrebbe inizialmente disseminare sentimenti di insoddisfazione tra i giovani, ma nel lungo periodo questo sarà un trampolino di lancio per riorientare le relazioni sociali e riscoprire la vita offline.
L. P.
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