Dove finisce il legittimo diritto di critica e dove inizia l’offesa gratuita nell’era dei social network? La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è intervenuta tracciando una netta linea di confine. Il caso riguarda Irakli Miladze, un attivista georgiano che nel 2022 ha pubblicato su TikTok un video durissimo contro le politiche di mobilità urbana di Tbilisi. Il filmato, diventato rapidamente virale con oltre centomila visualizzazioni, era pieno di espressioni volgari e aggressive rivolte al sindaco e alle forze dell’ordine. Di fronte a questo attacco, le autorità locali lo hanno sanzionato con una multa di lieve entità, che Miladze ha contestato appellandosi all’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, il quale garantisce la libertà di espressione.
I giudici di Strasburgo, tuttavia, hanno respinto il ricorso confermando le decisioni dei tribunali georgiani. La Corte ha ribadito un principio cruciale: sebbene la critica politica, anche quando aspra o provocatoria, goda di un’ampia tutela, questa protezione non si estende agli insulti che non offrono alcun contributo reale al dibattito pubblico. Poiché il linguaggio dell’attivista si era trasformato in denigrazione personale, e considerando che la multa era proporzionata e priva di conseguenze penali, la sanzione è stata giudicata legittima.
La sentenza offre un’importante riflessione sul ruolo delle piattaforme digitali. A differenza dei media tradizionali sui social manca un filtro editoriale e l’immediatezza degli algoritmi spinge spesso a usare l’insulto solo per ottenere visibilità. Il diritto al dissenso resta un principio fondamentale della democrazia, ma la forza di un’opinione non dipende dalla sua aggressività: si misura dalla qualità delle argomentazioni e dalla capacità di sostenere il confronto.
A.C.
Diritto dell’informazione
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