I giganti dei social media stanno affrontando una tempesta legale senza precedenti. Al centro delle accuse non ci sono i singoli contenuti pubblicati, ma il design delle piattaforme. Meccanismi come lo scroll infinito, l’autoplay e le notifiche compulsive sono considerati strumenti manipolativi per catturare l’attenzione e generare dipendenza, causando danni psicologici ai minori come depressione, ansia e disturbo da dismorfismo corporeo.
Negli Stati Uniti si concentra il maggior numero di cause, con quasi 6.000 procedimenti depositati nei tribunali della California da parte di cittadini, distretti scolastici e Stati. Lo scorso marzo, ad esempio, il tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a risarcire 6 milioni di dollari a una minorenne, stabilendo per la prima volta un nesso causale diretto tra il funzionamento degli algoritmi e i danni psicologici. In un altro caso nel New Mexico, Meta ha subìto una multa di 375 milioni di dollari per non aver adeguatamente protetto i minori da predatori sessuali online.
L’offensiva giudiziaria si estende anche all’Europa, dove la Commissione UE ha contestato a Meta e TikTok violazioni preliminari del Digital Services Act (DSA) proprio per i meccanismi che favoriscono la dipendenza. In caso di conferma, le sanzioni potrebbero arrivare fino al 6% del fatturato annuo delle società. Allo stesso tempo, in Italia, il Movimento Italiano Genitori (Moige) ha avviato un’azione inibitoria collettiva al Tribunale di Milano contro Meta e TikTok. L’obiettivo non è un risarcimento economico, ma obbligare le aziende a rimuovere le funzioni che massimizzano il tempo di permanenza e a verificare in modo efficace l’età degli iscritti.
Tuttavia, le società respingono le accuse. Meta difende il proprio operato citando i nuovi account per adolescenti, dotati di protezioni predefinite, mentre TikTok assicura di rimuovere proattivamente oltre il 99% dei contenuti che violano le regole a tutela della salute mentale.
A.C.
Diritto dell’informazione
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