Fin dalla loro nascita, i social media si sono sviluppati all’interno di una cornice legislativa piuttosto tollerante, soprattutto in paesi come gli Stati Uniti che gli hanno garantito immunità quasi totale, creando un contesto che ha fatto crescere le Big Tech in maniera incontrollata. Ad oggi però la situazione sta cambiando: sentenze giudiziarie recenti e un ampio numero di studi sugli effetti negativi dei social sulla salute mentale stanno spingendo i governi a prendere una posizione. La questione riguarda soprattutto l’impatto che questi hanno sulle vita dei giovani.
Il primo Paese che si è pronunciato a riguardo è stato l’Australia, dove dal 10 dicembre 2025 è in vigore una legge, la prima al mondo, che vieta l’accesso ai social ai minori di 16 anni. Il divieto riguarda non solo chi voglia aprire un nuovo profilo, ma anche chi ne ha già uno attivo. La caratteristica principale della legge australiana è che non sono i ragazzi o i genitori a dover controllare, ma sono le piattaforme ad avere l’obbligo di introdurre sistemi di verifica dell’età entro un periodo di transizione di 12 mesi.
Il Regno Unito ha appena dato il via ad un esperimento di sei settimane che dovrebbe aiutare a fissare le condizioni e le limitazioni d’accesso. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione, non vincolante, che propone di fissare a 16 anni il limite minimo di età per iscriversi in modo autonomo alle piattaforme social e i singoli Stati dell’Unione hanno reagito con leggi e provvedimenti di vario tipo, tutti all’insegna del controllo: la Spagna intende vietare i social ai minori di 16 anni, Grecia e Danimarca a chi ha meno di 15 anni; in Francia, l’Assemblea nazionale ha votato un ddl che stabilisce l’età minima di accesso ai social a 15 anni; in Irlanda e Germania fino a 16 anni è richiesto il consenso dei genitori, mentre nei Paesi Bassi il governo suggerisce ai genitori di bloccare l’accesso ai minori di 15 anni.
Secondo Lucia Montesi, psicologa e psicoterapeuta specializzata sull’impatto negativo dei social sui minori, i divieti sono utili “come misura immediata di emergenza per mettere in protezione i minori”, ma da soli non sono sufficienti perché “non fanno altro che rimandare nel tempo l’incontro del ragazzo con i social”.
La crescente attenzione dei governi all’uso dei social da parte dei minori mostra quanto la tutela della salute mentale sia diventata prioritaria, ma la sfida resta aperta: proteggere i ragazzi senza privarli degli strumenti digitali richiede equilibrio, consapevolezza e un coinvolgimento attivo di famiglie e scuole. Solo così l’accesso ai social potrà trasformarsi da rischio a opportunità di crescita.
L. P.
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