Secondo un report pubblicato da AI Forensics, migliaia di utenti avrebbero utilizzato Telegram per condividere e monetizzare immagini intime non consensuali, soprattutto di donne e minori. Si tratta di un’indagine che per l’ennesima volta sposta l’attenzione sul lato oscuro delle piattaforme di messaggistica.
Lo studio ha analizzato 16 gruppi privati tra Italia e Spagna e 19 bot, raccogliendo circa 2,8 milioni di messaggi in meno di due mesi. I numeri sono significativi: almeno 25.000 utenti sono coinvolti nella diffusione di contenuti illegali, spesso accompagnati da pratiche di doxxing, con pubblicazione di dati personali e link ai profili social delle vittime.
Telegram, secondo i ricercatori, agirebbe come un vero e proprio centro nevralgico di distribuzione, amplificando materiali provenienti da altre piattaforme come TikTok, Reddit e Instagram. A questo si aggiunge un sistema di monetizzazione: immagini vendute tra i 20 e i 50 euro oppure accessibili tramite abbonamenti mensili. I pagamenti avvengono attraverso servizi digitali e criptovalute, rendendo più difficile tracciare le transazioni.
Particolarmente preoccupante è la persistenza di queste reti: nonostante la chiusura di diversi gruppi da parte della piattaforma, molti riappaiono nel giro di poche ore con nomi diversi, segno evidente di falle nei sistemi di sicurezza. Telegram, per difendersi, ribadisce che la pornografia non consensuale è vietata e che i contenuti vengono rimossi non appena individuati.
Il caso solleva interrogativi urgenti anche sul piano normativo. I ricercatori hanno chiesto l’intervento delle autorità nazionali e della Commissione europea, mentre cresce il dibattito sull’applicazione del Digital Services Act. Con oltre un miliardo di utenti attivi, la piattaforma potrebbe rientrare tra i canali di grandi dimensioni soggetti a obblighi più stringenti, un VLOP (Very Large Online Platform).
Nel frattempo, il fondatore Pavel Durov respinge le accuse, parlando di pressioni politiche europee. Ma la questione resta aperta: quanto sono davvero efficaci i controlli sulle piattaforme digitali, e chi ne paga il prezzo?
L. P.
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