La digitalizzazione e lo smart working esteso, pur portando opportunità di flessibilità, sono associati anche a rischi psicosociali significativi. Tra i fattori critici emergono iperconnessione, pressione cognitiva e difficoltà a separare tempo lavorativo e personale, fenomeni potenziati dall’uso continuo di tecnologie digitali.
Questo continuo “rumore digitale” estende la percezione dell’orario lavorativo ben oltre gli orari ufficiali, con impatti legati allo stress cognitivo e alla difficoltà di concentrazione.
L’Osservatorio BenEssere Felicità ha dedicato un focus specifico al rapporto tra Tecnologia e Benessere, con un obiettivo chiaro: comprendere se l’evoluzione digitale stia contribuendo a generare benessere o, al contrario, se stia introducendo nuove forme di stress e disallineamento.
Uno dei dati più significativi riguarda la percezione di come il benessere digitale venga affrontato dalle aziende. Solo il 30% dei lavoratori italiani ritiene che la propria organizzazione gestisca in modo efficace questo tema. Questo dato ci dice che, manca ancora una strategia culturale che aiuti le persone a sviluppare un rapporto sano con il digitale nonostante gli investimenti a favore della digitalizzazione.
L’avvento dell’Intelligenza Artificiale ha alimentato un dibattito globale sulla possibile sostituzione dei ruoli professionali: solo il 24% dei lavoratori dichiara preoccupazione rispetto alla possibilità che l’AI sostituisca il proprio lavoro, mentre il 51% afferma di non avere alcuna preoccupazione.
Questi numeri indicano che il mondo del lavoro italiano vive l’AI più come opportunità che come minaccia. La mancanza di paura, però, non deve essere interpretata come passività: spesso riflette una percezione di distanza tra l’AI e il proprio contesto professionale, oppure la fiducia che l’essere umano rimanga determinante nelle dimensioni relazionali, creative e decisionali.
Quando si chiede ai lavoratori quale formazione tecnologica ritengano più utile per sé, emergono con chiarezza tre priorità: tools di produttività, intelligenza artificiale generativa e time management.
Dai dati emerge che siamo in una fase di transizione: la tecnologia non è più vissuta come “novità”, ma come infrastruttura essenziale del lavoro. Tuttavia, non sempre viene integrata con logiche che tutelano il benessere psicologico, emotivo e relazionale delle persone.
Tre direttrici appaiono decisive: cultura e competenze devono procedere insieme, non basta introdurre strumenti: occorre formare le persone a usarli con consapevolezza.
V.L.
Diritto dell’informazione
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