Immaginate di possedere un’aragosta che potete allevare e addestrare secondo le vostre esigenze. Sto parlando di OpenClaw, l’ Intelligenza Artificiale creata da Peter Steinberger, uno sviluppatore austriaco che nel 2021 ha ricevuto un finanziamento di circa 100 milioni di dollari. Perché proprio un’aragosta? E’ il suo soprannome dovuto al pupazzetto rosso con le chele che ha come simbolo.
Prima di essere un’aragosta, ha cambiato nome più volte: Clawbot, Moltbot fino a OpenClaw. E’ diversa dai “semplici” Chatbot, perché fa davvero delle cose, usando come interfaccia le app dell’utente: è personalizzata. Lavora tutti i giorni senza sosta, basta non disconnetterla mai, e fa tutto quello che le viene chiesto: se riceve un compito, lo porta a termine senza batter ciglio, sostituendosi alla persona. Per questo motivo viene chiamata “Assistente agentico”, perché agisce e gode di autonomia operativa.
Per non farsi mancare nulla, ha una memoria “persistente”: mentre i Chatbot dimenticano tra una chat e l’altra, l’aragosta memorizza tutto, conserva preferenze e informazioni in appositi archivi. Risponde alle e-mail e messaggi, mette in evidenza le cose più importanti della giornata, collega i calendari, prenota voli aerei e fa addirittura il check-in.
Tuttavia, in questo ventaglio di note tutte positive, spunta una perplessità, viene quasi spontaneo domandarsi quale sia il suo limite: quanto può agire in autonomia l’aragosta? Secondo alcuni esperti che hanno studiato il suo funzionamento, c’è da stare attenti a questioni come sicurezza e privacy. Da spalla infallibile e instancabile su cui contare, l’aragosta può diventare un’ infida spia che ruba tutti i dati che gli abbiamo trasmesso.
E poi c’è il problema dei posti di lavoro: agendo da assistente specializzato in tutti gli ambiti che gli vengono sottoposti, l’aragosta potrebbe arrivare a ricoprire ruoli un tempo appartenuti a persone reali.
In fondo, OpenClaw rappresenta perfettamente il paradosso dell’Intelligenza Artificiale contemporanea: uno strumento potentissimo, capace di semplificare la vita quotidiana fino quasi a sostituirla. Ma proprio questa efficienza solleva interrogativi inevitabili. Quanto controllo siamo disposti a cedere in cambio di comodità? E soprattutto, siamo pronti a convivere con tecnologie che non si limitano ad assisterci, ma iniziano ad agire al nostro posto?
Forse la vera sfida non è fermare l’evoluzione di questi sistemi, ma imparare a governarla. Forse più che temere l’aragosta, dovremmo chiederci che tipo di padrone vogliamo essere.
L. P.
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