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La pausa caffè a casa e in solitudine: gli anni dello smart working

Di Giorgia Monopoli

by Redazione
5 Maggio 2021
in Imprese
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La pausa caffè a casa e in solitudine: gli anni dello smart working
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L’emergenza sanitaria ha obbligato le grandi imprese e la PA ad adottare lo smart working come modalità di lavoro per 6,58 milioni di lavoratori agili italiani, numero decuplicato rispetto ai 570mila censiti nel 2019.

Gli italiani sono soddisfatti di questa modalità di lavoro, nuova a molti utenti e conosciuta già da altri?

Secondo alcune statistiche, 3 italiani su 4 si ritengono parzialmente appagati da questa nuova frontiera del lavoro. L’utilizzo improvviso e continuo di supporti tecnologici ha migliorato ampiamente l’abilità dei lavoratori, partendo dalla velocità di battitura sulla tastiera fino ad arrivare a utilizzare sempre meglio gestionali, piattaforme di meeting e condivisione di dati e materiali (Microsoft Teams, Google Meet, G-Suite, per fare qualche esempio).

Sul piano della vita privata, molte famiglie dichiarano che il telelavoro permette una miglior gestione della casa e dei figli, soprattutto per tutti i nuclei che hanno difficoltà economiche per assumere una baby-sitter o per chi, sfortunatamente, non può contare sull’appoggio dei nonni.

Come in ogni circostanza, sono presenti anche una serie di contro, rilevanti sia sul piano sociale, che economico.

Le mamme e i papà che lavorano a distanza, spesso si sono trovati in difficoltà nella gestione dei figli, con i loro bisogni e marachelle tipiche dei bambini. La DAD messa in atto nei periodi di picco dei contagi ha richiesto molto tempo e attenzione da parte dei genitori impegnati sia nel domestico che nel proprio lavoro.

La nostalgia dell’ambiente di lavoro ha segnato molti lavoratori: la collaborazione e il confronto coi colleghi migliora le prestazioni, perché il lavoratore è stimolato dall’ambiente che lo circonda.

Molte famiglie hanno trovato difficoltà nel reperire i mezzi tecnologici necessari: se prima in casa erano presenti uno o due dispositivi (pc, tablet), più che sufficienti in una sola abitazione, oggi ci si ritrova con una media di tre, quattro strumenti, per fare in modo che tutti siano abilitati alla scuola e/o al lavoro.

Molte imprese, ma soprattutto le scuole, per mancanza di fondi, non hanno potuto sostenere i propri lavoratori e studenti con i device necessari, ampliando sempre di più le differenze tra le classi sociali.

Gli smart-workers lamentano, giustamente, l’insana gestione del tempo dentro casa.

Pare che non ci sia un distacco tra tempo di lavoro e tempo di svago, provocando instabilità emotiva e stress nei soggetti più fragili.

E’ necessario, quindi, fare riferimento al diritto alla disconnessione: riguarda il diritto del lavoratore di disporre del proprio tempo libero, durante il quale dovrebbe essere autorizzato a non rispondere a comunicazioni di tipo lavorativo. Significa avere il diritto a vivere anche altro che non sia il proprio lavoro, a godersi il proprio sacrosanto riposo.

Ma in una dimensione dove il lavoro è dentro casa, luogo di parziale svago della vita di tutti, questo non è possibile.

A livello economico, vedremo bar e ristoranti sempre meno frequentati.

Se prima la pausa caffè o il pranzo si spendevano al loro interno, con lo smart working si consuma tutto a casa, frenando così parte della ripresa economica, in un paese che ha come perno il settore terziario, turismo e ristorazione.

Ma dall’altro lato, le imprese hanno un grosso risparmio a far lavorare i propri dipendenti da casa: affitto degli immobili, energia elettrica e tutto il materiale all’interno degli uffici, sono praticamente azzerati.

Lo smart working funzionerà anche in futuro?

Tags: dirittoalladisconnessionePandemiaSmart workingtablet
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